Regionalismo differenziato e taglio dei parlamentari: la fratellanza siamese

Scusate il silenzio di questi mesi, ma fra una cosa e l’altra ho incrociato pochino a queste latitudini, una delle tante cose che vorrei fare e che non faccio, lo speculare inverso delle cose che non vorrei fare e che invece faccio, ma questa è un’altra storia. Volevo condividere con voi il mio intervento sul regionalismo differenziato che ho tenuto al convegno di Indipendenza lo scorso 11 maggio.

Il tema del regionalismo e il suo combinarsi con il tema della deindustrializzazione sarà, peraltro, l’argomento del mio prossimo articolo su Indipendenza in cui cerco di spiegare come i due fenomeni si leghino e come la ritrazione (l’eliminazione…) dell’impresa pubblica sia stata il propellente di tale dinamica.

A settembre avrà luogo la votazione sulla riforma costituzionale relativa al taglio del numero dei parlamentari, voluta dai legastellati: una mossa che, combinata con la legge elettorale vigente, serve a tagliar fuori dai due rami del Parlamento ogni prospettiva di accesso ai pensieri critici, tutto ciò mentre non si dice un ‘a’ sulle autorità indipendenti che, impegnate come sono a ‘moralizzare il mercato’, non badano a spese, se quello è il terreno su cui ci si vuol confrontare. 

Credo che a opporsi in sede referendaria, sperando che la consultazione si tenga, sarà una sparuta nicchia testimoniale e succederà come con il regionalismo differenziato: ai referendum tutti a votare SI e a guardarti come un alieno se criticavi le magnifiche sorti progressive, salvo poi scoprire l’ovvio e ciò che ci si stava scientemente ficcando in un pozzo di guano, come avrebbe dovuto essere evidente a qualsiasi normodotato in buona fede.

Come scrivevamo qui insomma, regioni sempre più ‘autonome’, purché non si fiati sui diktat europei e allo stesso modo serve un parlamento sempre più esautorato, ridotto e ricattabile, ma evidentemente nell’epoca del cervello all’ammasso queste ovvietà possono essere dette solo in spazi come questo: il villaggio di Asterix e Obelix.

Concludo queste brevi notazioni con il consueto invito all’assemblea di settembre:

viii assemblea indi

Alberto Leoncini

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Chininotizie-2

Eccoci alla seconda puntata di chininotizie, la prima la trovate qui.

Anzitutto vi do la notizia che è stato attivato il sito della campagna tematica di Indipendenza di opposizione al c.d. ‘regionalismo differenziato’ noregionalismodifferenziato  ed è stato creato il logo ad hoc, questo:

 

no regionalismo differenziato

Aderite alla fanpage, divulgate e condividete…La battaglia è solo all’inizio!

Volevo condividere con voi anche questo video sempre della LightBlu Green Edition sul reddito energetico:

Poi segnalo, solo per completezza di rassegna, questa puntata della trasmissione wikiradio sull’IRI, incredibile nel non dire una parola (una!) sulle responsabilità dell’Unione Europea nello smantellamento dell’IRI stesso, nel non citare nemmeno gli accordi Andreatta-Van Miert e gli interessi retrostanti il suo smembramento.

Alberto Leoncini

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Regionalismo differenziato, Unione Europea e pianti sul latte versato

Alcuni giorni fa ho dovuto spostare un mobile che ha una parete coperta dal 1996, quando fu collocato nella posizione in cui è adesso.  Su quella parete ci sono alcuni adesivi risalenti alla mia infanzia, tra cui questo:

Jpeg

devo dire che avevo completamente rimosso l’episodio che lo riguardava, ma mi è tornato in mente. Nel furore delle proteste per le ‘quote latte’ (credo fosse il 1995, quindi ero in seconda elementare) vennero fuori dalla mia scuola un gruppo di allevatori a regalare dei cartoni di latte con assieme l’adesivo che avevo evidentemente appiccicato sul mobile di cui sopra e, se la memoria non mi inganna, anche dei volantini.

Latte che probabilmente era ‘fuori quota’ e quindi destinato alla distruzione. Ricordo molto bene quelle proteste: mi sovviene i servizi del telegiornale in cui gli allevatori avevano bloccato una strada e sversato per protesta autobotti di latte sull’asfalto.

Quelle immagini mi colpirono molto perché più o meno in contemporanea c’era la guerra in Ex Iugoslavia (stava finendo, ma erano i durissimi anni postbellici) e giungevano le notizie sulla fame e i razionamenti che quelle popolazioni così vicine dovevano subire. Ricordo che partecipai a una iniziativa di scambio di lettere e disegni con una scuola bosniaca, ‘un pesce di pace’, che ancora esiste.

Non ricordo il nome della bambina che mi scrisse, né mi ricordo esattamente cosa mi scrisse ricordo però benissimo che accluse alla lettera una carta di caramella degli aiuti internazionali, come dono. Io all’epoca vivevo nel rampante Nord Est degli anni ’90 in cui ai bambini della Trevisobbene- che per motivi di stradario frequentavo- si regalavano una quantità di giocattoli incredibile, di certo mai mi sarei sognato di fare o ricevere una carta di caramella come regalo.

Pensai a quanto fosse sbagliato sversare così del latte che poco lontano da noi sarebbe apparso un miraggio, e visto quel che accade in Sardegna, la penso esattamente allo stesso modo, dato che le ragioni delle sperequazioni, delle disuguaglianze e delle ingiustizie in questo frangente sono più acuite che mai.

Oggi, oltre vent’anni dopo, ho capito molte più cose su quel che sta dietro quegli atti, ho capito quali snodi di filiera guidano quei processi, ho avuto la fortuna e il privilegio di poter anche intervenire e coordinare l’azione politica, per quanto in piccolo, per contrastarli.

Dell’attualità di quel periodo c’è un altro ricordo  che serbo molto vivo: le manifestazioni secessioniste della Lega Nord. Non tanto a Treviso: politicamente siamo sempre stati un opaco paesone, quanto quelle che venivano raccontate dai TG.

Avvertivo un’intrinseca violenza in quelle prospettive. Sia chiaro, non sono particolarmente intelligente: non sono mai stato una cima a scuola, non ho mai vinto le olimpiadi di matematica né i certamen di traduzione, avevo tre materie sotto alla maturità, non ho avuto un percorso universitario piano e lineare. Sono tutt’altro che un allievo modello quindi quel che mi domando è che, se a certe cose ci arrivo io, perché non ci possa arrivare chiunque.

Facciamo un salto di circa vent’anni. Andiamo all’estate 2017. Si inizia a parlare di referendum autonomista qui in Veneto. Io all’università non mi sono mai interessato di rapporto Stato/regioni, è un tema che non mi ha mai affascinato e i miei interessi hanno sempre riguardato altro, però visto che l’iniziativa prendeva le mossa da un’istanza apertamente secessionistica del Veneto pur non essendo un genio (v. sopra) qualche campanello di allarme mi si è acceso: alla fine non serve una laurea in fisica per sapere che con la bomba nucleare ci si può far male, credo.

Decido quindi di parlarne in direttivo di Indipendenza e di muoverci attivamente per il NO. Nella mia ingenuità- sempre per i motivi di cui sopra- pensavo: “beh, saremo una delle varie organizzazioni per il NO, conteremo poco, ma diamo il nostro piccolo contributo”. Rimasi sbigottito quando ormai nel pieno della campagna elettorale noi eravamo praticamente l’unica organizzazione politica schierata per il NO: telefonate a tutte le ore dai principali media nazionali, richieste di partecipazione alle tribune e alle serate informative come se piovesse.

A quel punto mi resi conto che il sì avrebbe dilagato e fu un momento di grande sconforto, tant’è che presi la decisione di intervenire solo in alcune delle occasioni (particolare: ho fatto tutto a spese mie) in cui ci chiamavano. C’era da lasciare una testimonianza storica, null’altro. Avevo capito che la Lega aveva preso la rincorsa e che non c’era assolutamente nessuno intellettualmente idoneo a contrastarla.

Lo sconforto cresce oggi a sentire le preoccupate prese di posizione sul tema del regionalismo differenziato, in questo senso va dato merito al prof. Viesti di aver dato un contributo importante nel dibattito. Ma, esattamente, tutti questi pensatori, intellettuali, studiosi…dov’erano?

Con Indipendenza abbiamo deciso che la nostra rivendicazione di contrasto a tale dinamica proseguirà come focus specifico di intervento, in questo senso saremo lieti di avere e trovare altri compagni di strada, ma con alcuni caveat e puntini sulle i.

In tutta questa storia c’è però una morale: non potremo mai dare la colpa alla Lega (Nord?) di nulla fintanto che accetteremo un mondo in cui il latte viene spanto sulle strade e quel partito è l’unico che prende posizione su un fatto banale, cioè che se vogliamo produrci il latte lo dobbiamo poter fare, difatti come noto la Lega Nord è stata da sempre la sponda politica di opposizione alle ‘quote latte’, di facciata finché volete, ma gli altri nemmeno hanno fatto finta. Non c’è niente di intelligente, strategico o articolato in questo: è un fatto fisico, in politica il vuoto non esiste, quindi se c’è qualcuno lo riempie. Da ultimo, per le prefiche che oggi si stanno levando in opposizione al ‘regionalismo differenziato’, non è mai troppo tardi (certo, se ci si ribella al fascismo il 24 aprile sera, magari non ci si fa una grande figura, ma meglio di niente), però sappiate che per opporsi al regionalismo differenziato ci si deve opporre all’Unione Europea. Piaccia o no, da lì si deve passare.

Scusate per questa divagazione personale, ma sono di quelli che ‘il personale è politico’.

Qui il sito: visitate, linkate e condividete:

https://noregionalismodifferenziato.home.blog/

Alberto Leoncini

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Chininotizie-1

Con la fine dell’anno è tempo di cambiamenti di prospettive e di proposte nuove, per cui inauguro ‘chininotizie’, un nuovo modo di predisporre i postati in questo blog: accanto cioè agli articoli tematici/monografici (tempo permettendo…), ci saranno delle rassegne periodiche, che cercherò di fare almeno mensilmente (i buoni propositi per l’anno nuovo) con brevi e approfondimenti. Alcune cose le ritrarrò dal mio profilo fb personale perché mi sono reso conto della difficoltà a reperire posizioni, postati e interventi risalenti nel tempo che, per vari motivi, tornano di attualità, quindi ho deciso di strutturare questa sorta di ‘archivio telematico’ per recuperare, almeno in parte, il tempo perso. Per chi frequenta certe latitudini informative è un po’ come fa Messora con LightBlue , le rassegne come questa (che è l’ultima uscita, mentre scrivo), che affiancano appunto gli approfondimenti tematici:

  1. Intanto condivido con voi notizia, indice e copertina dell’uscita dell’ultimo numero di Indipendenza, in cui trovate, di mio: un articolo sui dieci anni dalla ‘grande crisi’ (2008-2018) e un altro mio intervento sul referendum civico su Atac/trasporto pubblico locale a Roma (v.sotto). Vale il solito discorso…chi è interessato, scriva…

indi 45

2.  Su Atac, appunto… La mobilitazione continua. A tal proposito abbiamo ridenominato il sito internet della campagna  e la correlata pagina facebook in ‘Per Atac servizio pubblico’. Stiamo lavorando in seno al coordinamento di realtà già impegnate per il no al fine di ‘portare a casa’ un progetto ambizioso…su cui sarete aggiornati a tempo debito.

3. Qui un mio intervento a un anno dal ‘referendum autonomista’ in Veneto con i riconnessi risvolti;

4. “Il ragionamento è molto semplice: a me sembra che ad alcuni fra i miei tanti illustri colleghi non sia esattamente chiaro quanto catastrofica sia la situazione del nostro paese. […]Quello che è successo nel 2008, a causa del modo in cui è stato gestito a partire dalla fine del 2011, resterà visibile come una cicatrice nella serie storica del Pil italiano per i secoli a venire.[…]L’austerità non è solo una politica di taglio dei redditi: è soprattutto una politica di redistribuzione dei redditi.Ma questo voi lo sapete, e chi nel 2018 non l’ha ancora capito lo capirà, purtroppo, senza bisogno che ci sforziamo di insegnarglielo”

viaggio ai confini della surrealtà

(da goofynomics)

5. Condivido con voi questo appello di Oipa Treviso relativo alla ricerca di un nuovo spazio per alloggiare i tanti trovatelli in attesa di famiglia… diffondetelo anche voi e, se conoscete qualche ipotesi logisticamente fattibile… battete un colpo:

6. Qualche settimana fa è andata in onda una puntata di Report intitolata Pulp Fashion, dedicata al costo etico e ambientale della moda. Ci sarebbe molto da dire, a partire dall’intelligente idea di deindustrializzarci a favore della ‘fabbrica del mondo’ (l’Asia), fatto questo che riguarda non solo la moda ma, ad esempio, anche l’agroalimentare . Sorridevo-amaramente- pensando a quello che ci diceva Sankara, di cui fra l’altro ricorreva l’anniversario della nascita, quando, nel suo forse più celebre discorso parlava della ‘cottonade’ come alternativa ai tessuti importati simbolo della dipendenza (post)coloniale (min. 15,50). “Non c’è un solo filo che venga dall’Europa o dall’America”

E conclude con “La patria o la morte, vinceremo!”. Ovviamente guai a fare questi discorsi negli ambienti ‘di sinistra’, che diventi subito rossobruno. Al di là di questo, ancor più paradossale è ‘il filo’ che ci porta a Gandhi, universalmente riconosciuto come una sorta di santino laico buono per tutte le occasioni (salvo omettere il dettaglio che lui è battuto una vita per l’INDIPENDENZA dell’India dal dominio coloniale). Riporto questo stralcio:

Per rispondere alla crescente povertà degli indiani ed alla schiavitù economica imposta dagli inglesi, egli propone alla nazione la produzione casalinga del tradizionale khadi, tessuto filato a mano con l’arcolaio (charka). Ogni indiano dovrà indossare solo abiti di tessuto fatto a mano prodotto in India. Il filatoio a mano è per Gandhi la soluzione alla povertà causata dalla disoccupazione invernale dei contadini indiani.

tratto da peacelink…non certo da qualche sito della galassia sovranista. L’aspetto incredibile è che di tutta questa elaborazione teorica e pratica, non è rimasto assolutamente nulla. Se volete continuare a tessere questo filo, anche se ormai Natale è troppo vicino (ma poi ci sono i saldi…), vi consiglio comunque una visitina alla fanpage di Rat Tail, un progetto di artigianato/recupero ideato e promosso da Federica Betteti, una mia cara amica oltre che una promettente stilista. Come dico sempre: da qualche parte bisognerà pur partire.

Alberto Leoncini

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Autunno caldo e referendum Atac: qualche riflessione oltre i proclami

Da che io mi ricordi, ogni estate sindacati e movimenti progressisti hanno promesso ‘autunni caldi’, cosa che in effetti quest’anno è successa con gli esiti catastrofici ben noti sul piano ambientale. A parte ciò, quel tipo di proclami hanno un suono davvero grottesco se si pensa alle capitolazioni incondizionate di quelle forze, tuttavia in questa frazione d’anno sono accaduti come ricordavo dei fatti nuovi.

Non una manifestazione sindacale per i diritti, per lo stato sociale o contro il governo. Una manifestazione che aveva il proprio fulcro rivendicativo e il cuore della propria piattaforma nelle nazionalizzazioni. Non so se ci rendiamo conto di quale enormità sia accaduta.

Qui la presentazione di Giorgio Cremaschi:

 

Siamo a un punto di svolta? Molto dipenderà dal referendum su Atac. Se vince il SI, come pronosticato ovunque, no. Se per ipotesi vincesse il NO, nonostante i disservizi che quotidianamente sono inflitti agli utenti e alla loro esasperazione, nonostante la martellante propaganda e nonostante la disparità di mezzi, probabilmente si potrebbe sensatamente dire che qualcosa sta cambiando nella direzione auspicata.

Il dispiegamento di forze per il sì è qualcosa di inaudito se la si considera solo una questione locale: Partito Democratico, Confindustria, Emma Bonino che fa un ‘messaggio alla nazione’ a PiazzaPulita, campagne su social e internet (altro che hacker russi!). Insomma, la compatezza del blocco sociale dominante è granitica, ma quel che più grave è che, a fronte di tutto questo, le forze di alternativa e di opposizione hanno per la gran parte sottovalutato l’appuntamento, snobbato con sufficienza la campagna elettorale, scialacquato in sofismi e si sono mosse con un ritardo che definire grave è un pallido eufemismo. Se non si coglie il fatto che questa consultazione è il terreno di ri-legittimazione delle sponde politiche rifiutate il 4 marzo scorso, veramente sarebbe opportuno abbandonare la politica e darsi al punto croce.

Scrivo queste parole non senza ansia e preoccupazione al termine di una campagna elettorale che ho seguito direttamente e con impegno, con il comitato informale ‘no referendum Atac’ che abbiamo creato con Indipendenza: mentre i ‘propagandisti della rivoluzione’ (Togliatti), siano essi della sinistra o di quanto ne rimane o del microcosmo sovranista, cianciano e ululano alla luna, noi ci poniamo concretamente il problema di formulare ed elaborare un’alternativa all’orizzonte unico del capitalismo, alla monocultura della crisi e al TINA (there is no alternative). L’alternativa c’è, e c’è anche chi la costruisce intervenendo sui problemi articolando una prospettiva ‘altra’ e differente, in cui la Costituzione sia al centro, in cui ci siano i cittadini e non i clienti. Insomma, sempre con Togliatti: “Il socialismo è la nostra meta, noi non lo nascondiamo […] per questo lavoriamo e combattiamo, ed oggi per la nostra Patria ciò che vogliamo è una svolta a sinistra per un’avanzata democratica secondo le linee previste dalla nostra Costituzione e secondo i principi che essa sancisce e che aprono al popolo italiano la speranza, ove siano applicati, di un luminoso avvenire di progresso, di libertà, di felicità”.

In tutto ciò ci siamo occupati di TAP , Brasile, attualità italiana…e altro è in cantiere, insomma, la lotta continua in ogni caso.

Da ultimo vorrei segnalare questo articolo sulla Grecia pubblicato dal giornale on line della mia ex università  e questo report sulle violazioni dei diritti umani in Grecia ripreso da vocidallestero  e questo mio commento a un tweet di Bini Smaghi:

Lorenzo Bini Smaghi, alto papavero della BCE , posta questo grafico. Piccola guida di lettura: raffronta la produttività fra area euro e Italia. Ora, l’area euro è un aggregato macroeconomico in cui c’è chi ci guadagna (Germania e paesi satelliti) e c’è chi ci perde (indovina?). Bene, quindi per la media ponderata, la produttività cresce perché c’è uno grande che ci guadagna molto e quindi tira su il valore aggregato. Quello che però inchioda gli europeisti alle loro responsabilità è la spezzata italiana: il tracollo è evidente proprio da quando è stato introdotto l’euro, perché prima i due valori erano pienamente paralleli. Questi i fatti, il resto è da confinare nella pattumiera della storia.

Alberto Leoncini

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Genova e noi

Il crollo del ponte Morandi a Genova resterà, probabilmente, fra quei traumi collettivi della nostra recente (Piazza Fontana, l’uccisione di Moro, la strage di Bologna o gli attentati a Falcone e Borsellino). Che le privatizzazioni fossero una fregatura, che le oligarchie imprenditoriali pensassero solo al porco del comodo loro, che un decennio di cure austeritarie avrebbe distrutto qualsiasi paese, erano cose note e stranote, peraltro ammesse anche dalla stessa stampa mainstream, pur con curiose circonlocuzioni e arditi avvitamenti semantici. Il punto è che, adesso, si entra in una fase in cui bisogna dare concretezza operativa a tutte le belle idee di cambiamento che ormai entrano nella zucca anche ai più duri di comprendonio, certo ci sarà sempre qualche giapponese nel Pacifico disposto a immolarsi negli anni ’70 per l’imperatore, ma si tratta di fenomeni statisticamente trascurabili.

Ci sono, effettivamente, dei movimenti: anzitutto la manifestazione di USB ‘Nazionalizzare qui e ora’ del 20 ottobre (al cui appello ho aderito e invito a fare altrettanto), ma anche la nascita di Patria e Costituzione : tutto bello ma occorre dare un seguito in termini di rovesciamento dei rapporti di forza a queste istanze e, da questo punto di vista, credo ci sia una profonda sottovalutazione del referendum cittadino a Roma sul trasporto pubblico locale dell’11 novembre prossimo. Non ne viene colta la portata ‘nazionale’- quasi che fosse una faccenda che riguarda i romani e basta- ma, specialmente, non vi è la diffusa percezione della sua strumentalità a dare nuova legittimità e agibilità politica alle linee d’indirizzo neoliberista oggi, oggettivamente, in affanno.

La consultazione sulla mobilità urbana a Roma è la più avanzata linea del fronte per articolare l’opposizione al metodo di governo della filiera euroatlantica, di cui il meccanismo della ‘messa a gara’ è uno dei pilastri teorico-operativi e, sinceramente, a un mese dal voto credo che siamo drammaticamente indietro sul piano dell’assimilazione di tale aspetto. Non è ancora sufficientemente chiaro che il tempo dei cenacoli è finito, come è finito il tempo delle riunioni carbonare e dei proclami. Questo è il tempo in cui le forze di alternativa dovrebbero esse stesse dettare l’agenda, ma siccome non è possibile per la residualità dimensionale che tutt’ora le affligge, è essenziale che ci sia quantomeno la prospettazione di un’analisi alternativa a quella imposta dalla monocultura neoliberista, per il cui blocco politico di riferimento è invece essenziale riacquisire un consenso nelle urne, dopo la sequela di batoste subite dai loro referenti politici (PD, Forza Italia, Piùeuropa). Conferire peraltro una legittimazione popolare diretta a una dinamica di privatizzazione avrebbe un potenziale deflagrante, eppure sembra che questa faccenda riguardi altri e sia, in buona sostanza, uno spot da concedere ai Radicali, senza avere chiaro a quali ben precise ‘sponde’ tale movimento risponda.

L’invito che non posso che rinnovare è di segnalare sito, contatti (comitatonoreferendumatac@gmail.com ) e fanpage del comitato informale che abbiamo creato a conoscenti, contatti e amici romani, specie se impegnati in realtà associative, partitiche o sindacali.

Evidentemente non posso che ‘sponsorizzare’ il raggruppamento promosso come Indipendenza , avendo direttamente seguito la sua fondazione e sviluppo, ma ci sono ‘offerte’ per tutte le sensibilità.

Alberto Leoncini

atac no logo

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Verso il referendum Atac

Vi invito il 15 settembre a Roma per l’assemblea nazionale di Indipendenza , di seguito locandina. Naturalmente si parlerà anche di referendum cittadino sul trasporto pubblico locale, ad oggi previsto per l’11 novembre, come prossima tappa politica per il contrasto attivo alle logiche del neoliberismo.

E’ operativo il sito del comitato e la fanpage  che vi invito a seguire e ‘likare’.

Di seguito anche il logo della campagna aggiornato

atac no logo

A voler trovare un evento spartiacque non si può che pensare al crollo del Ponte Morandi a Genova, ma è indubbio che stia emergendo nell’opinione pubblica italiana un sentimento se non di avversità quantomeno di critica rispetto alla spartizione a beneficio degli oligopoli capitalistici dei beni di tutti, a tal proposito segnalo, senza pretesa di esaustività questo contributo tradotto dall’ottimo vocidallestero, questo di Guglielmo Forges Davanzati e questo di Paolo Flores D’Arcais, bisogna però chiarire che, se si vuole dare un risvolto politico a tali temi e incalzare la maggioranza governativa sui proclami e le intenzioni, è fuor di dubbio che uno degli snodi di frontale contrapposizione sarà proprio il referendum sul trasporto pubblico locale a Roma Capitale, in cui si fronteggiano due ben precise visioni di società e di economia. Si tratta dunque di un terreno all’interno del quale articolare il conflitto e rappresentare un’idea diversa e ‘altra’ di economia e di politica. Scrostare un trentennio di liberismo non sarà un pranzo di gala, ma, come loro ci insegnano: there is no alternative.

D’altro canto proprio nell’ultimo numero di Indipendenza correlavo la rivendicazione sulla nazionalizzazione del comparto autostradale con la mobilitazione sul referendum romano e su tale prospettiva sarà necessario insistere: d’altro canto, da qualche parte bisognerà pur partire.

Alberto Leoncini

indi 15 sept

 

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I maccheroni di Stato e le elezioni amministrative

Questo post sarà declinato al contesto locale, con l’ottica municipalista che ci contraddistingue, anzitutto perché il 10 giugno si vota per le elezioni amministrative a Treviso, ma anche perché ritengo opportuno condividere con voi alcune notizie che dimostrano come, ormai, la pervasività del modello euroatlantico dominante sia piena anche su ogni livello di governo: come l’inquinamento quando raggiunge le falde profonde.

Per quelli che non hanno voglia di leggere fino in fondo, specifico che alle prossime elezioni comunali voterò Coalizione Civica per Said Chaibi candidato sindaco, essendo la proposta politica più avanzata concretamente disponibile nel contrasto sul piano locale al liberismo e alle sue logiche antipopolari. Una ‘linea del fronte’ ancora molto arretrata rispetto alle necessità ma, come insegna Togliatti (qui lo spiegone per chi vuole saperne di più) , la politica delle alleanze va fatta nel quadro delle convergenze storicamente concretabili e guardando alla stella polare dell’entrismo. Ovviamente il messaggio politico del voto a questa lista vuol essere una critica alla svolta centrista e continuista dell’attuale amministrazione, oltre che un imprescindibile segnale di cesura rispetto alle logiche perseguite con il renzismo e la prona sudditanza alla logica del vincolo esterno euroatlantico. Mi era oggettivamente impossibile votare una coalizione che ha nel PD il suo perno, ma dopo i recenti sviluppi nazionali, qualsiasi dubbio è scomparso: le forze che fanno da sponda sul piano nazionale al blocco di potere sovranazionale devono scomparire dalla carta geografica della politica. Non è ‘antipatia’ o acrimonia personale, è puro e semplice spirito di sopravvivenza e, dato che siamo in guerra, purtroppo le mediazioni non sono concesse, fine.

D’altro canto che si debba scegliere se stare O con il popolo O con la UE ce lo dice chiaramente questo autorevole esponente del PD stesso

e anche una forza non certo tenera con M5S e Lega come Potere al Popolo si esprime così: 

Non ci interessa sapere se Salvini volesse davvero fare questo governo o no, nemmeno il dibattito su un eventuale impeachment di Mattarella: quello che è inaccettabile è la motivazione della sua scelta. Dire che si rifiuta la nomina di un ministro perché ha una visione della politica monetaria diverse da quelle della UE è inaccettabile. Così come è inaccettabile il ricatto dello spread, che la sovranità sia dei “mercati” e non del popolo che vota. […] Le mobilitazioni che avevamo in programma contro il governo Salvini-Di Maio ora saranno rivolte contro il governo Cottarelli, pura espressione dell’austerità autoritaria del mercato, della finanza multinazionale e dei diktat dell’UE. […] Sfideremo Lega e 5 Stelle a cancellare comunque la Legge Fornero proponendone la riforma in Parlamento, dove avrebbero da subito i numeri per approvarla.

E, già che ci sono, vi posto anche questo passaggio del comunicato che abbiamo redatto come Indipendenza:

 “Mattarella suona contoterzi il requiem alle velleità dei fautori di fantomatiche strade negoziali con le istituzioni euroatlantiche.
In questo disvelamento agli occhi di tanti dobbiamo riconoscergli un merito: aver gettato la maschera circa la preminenza degli interessi ‘esterni’ sul Paese con assoluto disprezzo della volontà politica della cittadinanza italiana espressa con il voto e nonostante un esecutivo, quello Lega-M5S, molto misurato nei toni e modesto nel contenuto programmatico.”

Pur in questo quadro di conclamata divergenza, voglio fare anche alcuni auguri ad  alcune persone che hanno legittimamente, ma non condivisibilmente secondo il mio punto di vista, scelto di continuare la strada della coalizione: anzitutto a Carlotta Bazza per la coraggiosa decisione di candidarsi al consiglio comunale, sperando possa risultare eletta, nella certezza che saprà lavorare con lena e senza risparmiarsi, come lei sa fare, per la nostra comunità. Ci uniscono non solo stima e affetto, credo ricambiati, ma anche un tratto di comune storia politica.

Un grande in bocca al lupo, cui lei risponderà ‘viva il lupo’, va a Mara Canzian per aver accettato di intervenire nella competizione elettorale della nostra città nella prospettiva di portare nelle istituzioni i temi che le stanno a cuore. Spero che chiunque vinca sappia far tesoro delle sue competenze.

Fatte queste doverose premesse che riguardano, poi, solo i trevigiani, volevo proporvi un piccolo ritratto della nostra area con alcuni spunti dalla stampa locale: il primo riguarda le società in ginocchio dopo il crack delle popolari venete, cui hanno dato una bella mano le scelte legislative provenienti dall’Europa:

Il secondo riguarda la riorganizzazione delle Poste , come noto una delle società parzialmente privatizzate dal duo Letta-Padoan. Non so se vi sia capitato di spedire qualcosa, ma qualcosa sui costi dovreste aver notato, in ogni caso i dipendenti sicuramente hanno qualcosa da raccontarci:

Il terzo spunto riguarda questa notizia, sono cose che possono capitare quando fai una gara e la vince una multinazionale tedesca, o meglio la filiale italiana di una multinazionale tedesca. C’è chi la chiama globalizzazione, chi colonizzazione, perché non so a voi, ma a me il fatto che uno debba venire dalla Germania per gestire i parcheggi di Treviso non suona tanto.

Così come meno ancora mi suona che la principale organizzazione di agricoltori sia estromessa da un ambito imprescindibile come il funzionamento dei mercati generali.  Qui potrei raccontare anche un episodio, ma mi taccio per carità di patria sull’amministrazione uscente che, come si vede,  è bravissima a inguaiarsi da sola riuscendo in capolavori politici come farsi criticare a sinistra da Forza Italia.

E questa, giusto per concludere la rassegna, ci dice cosa significhi stare nella NATO.

Questa che vi ho descritto sino ad ora è la declinazione locale di quella che noi a Indipendenza chiamiamo la razionalità strategica della crisi, e che Bagnai chiama ‘unire i puntini’  ma il nostro territorio ci ha regalato anche dell’altro ultimamente.

Purtroppo non è una bella notizia ma, come forse saprete, Pasta Zara è in crisi e ha chiesto il concordato (ricordo che è una procedura concorsuale, quindi, per i non addetti ai lavori: un fallimento soft). Vi posto però un passaggio dell’articolo appena linkato:

” tutta la quota di controllo del gruppo, di proprietà della holding della famiglia Bragagnolo, è in pegno alla Bank of China, di proprietà statale, la quale avrebbe anche altre garanzie patrimoniali su magazzini e marchio.”

Ricapitolando, quindi, lo Stato italiano non può occuparsi di passata di pomodoro o panettoni, come noto, ma lo Stato cinese può occuparsi liberamente di maccheroni dall’altro capo del mondo.  Tranquilli, che va tutto bene e le partecipazioni statali servono al massimo per crearci pagine satiriche su facebook, su cui passare le giornate da disoccupati.

Alberto Leoncini

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Questioni capitali

Breve aggiornamento al volo: è nata la pagina del comitato No referendum Atac  cui ho direttamente collaborato, e che vi invio a ‘likare’,  qui  trovate la posizione di Indipendenza che per comodità vi posto anche in pdf risparmiandovi la sovrumana fatica di cliccare sul link. L’invito è ovviamente a chi sia interessato o abbia conoscenze romane a diffondere tali scritti, in coda al post vi metto anche il logo.

Comunicato-su-Atac monopagina

Comunicato-su-Atac

sarà una campagna elettorale estremamente interessante, come tutto sommato lo sarà anche quella di Treviso, credo, perché ci saranno delle novità di cui vi darò conto a tempo debito. Starei un momentino su Roma per condividere con voi questo video su Farmacap, le farmacie municipali di Roma, di cui già ci siamo occupati qui realizzato dal canale di Potere al Popolo

interessante perché per conto mio c’è una bella differenza fra chi si sforza di fare delle cose e chi no. Un po’ come la differenza tra De Magistris che fa questo e Di Maio che dalla Gruber dichiara di voler cambiare la Nato dall’interno (stento ancora a credere di averlo sentito, ma pare l’abbia detto veramente). Ovviamente non vi posto il video perché dare spazio qui a Di Maio è qualcosa di per me inconcepibile.

Per dirla in sintesi, spero che rivendicazioni ‘capitali’ (varrebbe la pena citare anche Alitalia, qui, peraltro trovate i video del convegno con Bagnai, Borghi, Lombardi etc… recentemente organizzato), sia riguardanti Roma che altre realtà possano trovare spazi e modi di convergenza. La convergenza sarebbe su una prospettiva ‘nazionale’, ma non pretendo questi balzi.

Chiudo queste brevi notazioni condividendo con voi questo pezzo di Panagiotis Grigoriou tradotto in italiano da a/simmetrie.org di cui vi posto un pezzo. C’è molto di quel che ci toccherà prossimamente se non si creeranno le condizioni per una qualche forma di trasformazione/revisione degli assetti politico-economici dominanti:

“Perché, tra le altre cose, i greci hanno ormai capito che i rari pseudoaiuti che il “governo” fantoccio fa mostra di distribuire alla popolazione degli impoveriti (nella migliore delle ipotesi 200 euro al mese), saranno concessi solo se i potenziali beneficiari sono stati costretti a liquidare tutti i loro beni immobili o altro (veicoli, motocicli, piccole imbarcazioni). Questo è fondamentalmente il cuore della politica che il FMI e l’UE impongono, nella realtà: distruggere completamente la classe media e rendere i cittadini totalmente dipendenti, fragili e soprattutto soggetti ad altri.”

Alberto Leoncini

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Verso il referendum su ATAC: quali orientamenti, quali prospettive

Pensavo di aver visto tutto con gli esponenti della sinistra e i loro selfie col pandoro, ma mi sbagliavo e devo fare pubblica ammenda: sono stati ampiamente superati dai sovranisti che supportano gli operatori subentrati con le privatizzazioni. D’altro canto se il Natale è dadaista, la Pasqua non può esser da meno.

Non faccio nomi per carità di patria, ma onestamente vedere qui e lì i plausi ad Aponte per la sua campagna sul ‘naviga italiano’ senza un rigo, uno, sulle privatizzazioni e sul fatto che Tirrenia (come altre compagnie) era pubblica e quindi non c’è bisogno dell’eventuale ‘spirito patriottico’ dell’imprenditore per decidere quale politica industriale e imprenditoriale compiere per il benessere collettivo, è onestamente disarmante dopo dieci anni di conclamata crisi del mercatismo.

Il problema, me ne sto sempre più convincendo, non è tanto la troika ma quelli che ci dovrebbero tirare fuori da qui. Perfino LeU, stigmatizzando alcuni contegni della società non dice una parola, una, sulla privatizzazione di Tirrenia.  Io mi sono fatto un’idea sul perché: farlo significherebbe mettere in discussione il dogma della concorrenza di derivazione comunitaria, che è divenuto un dogma nel ramo dei trasporti, e per farlo occorrerebbe mettere in discussione l’Unione Europea, vero propulsore ed ente capofiliera di questo stato di cose, ma siccome questo non si può fare, si continua a disquisire di temi di contorno.

Se il mare piange, la terra non ride: si andrà al referendum su ATAC, promosso dal braccio operativo del liberismo in politica, i Radicali, in realtà i prestanome del PD, che sta notoriamente dietro l’operazione. Io all’ultima assemblea di Indipendenza ho tenuto una relazione sul punto e sulla strategia di contrasto all’iniziativa, che replicherebbe in grande stile quel che abbiamo raccontato qui, solo che su scala infinitamente più deflagrante…D‘altra parte: o si svaluta la moneta, o si svaluta il lavoro.

Il caso Atac concreta il più tipico schema formulare liberista: colpire l’anello debole del pubblico oggettivamente carente e inefficiente per orchestrare campagne mediatiche volte a creare il ‘fuoco di copertura’ per i processi di privatizzazione, tant’è che la retorica sbandierata del paragone con ATM, la municipalizzata milanese dei trasporti, sempre citata come ‘paragone virtuoso’ rispetto ad Atac è strumentale: anche ATM è avviata a una strada di privatizzazione   , peraltro, visto che va tanto di moda preoccuparsi delle ‘esigenze dell’utenza’ che secondo i promotori sarebbero il vero ‘bene comune’, bisognerebbe ricordare che l’art. 43 della Costituzione recita A fini di utilità generale la legge può riservare originariamente o trasferire, mediante espropriazione e salvo indennizzo, allo Stato, ad enti pubblici o a comunità di lavoratori o di utenti determinate imprese o categorie di imprese, che si riferiscano a servizi pubblici essenziali o a fonti di energia o a situazioni di monopolio ed abbiano carattere di preminente interesse generale.

I grassetti sono nostri e dovrebbero aprire una seria riflessione in chi accusa di ‘statalismo’ chi non sposi con fideismo le magnifiche sorti progressive del mercatismo: un po’ di sana legalità costituzionale non sarebbe disprezzabile.

Basta inoltre scorrere l’elenco dei sottoscrittori dell’appello dei Radicali su mobilitiamoroma.it per capire come abbiano schierato tutto lo stato maggiore del neoliberismo nostrano. D’altro canto la legittimazione popolare ai processi di privatizzazione non è un fatto nuovo: se è vero che a parte frange estremistiche, come appunto i radicali, si presentano all’elettorato proponendo maggiori privatizzazioni, è altrettanto vero che questi processi sono attuati quasi sempre senza un esplicito mandato politico. Ci sono però delle eccezioni e Roma in questo senso è storicamente un laboratorio estremamente interessante: il riferimento è ai referendum su ACEA e Centrale del Latte del 1997, promossi dall’allora assessore Lanzillotta, come noto poi approdata al governo con Monti. In particolare il processo di privatizzazione della Centrale del Latte è un caso di enorme importanza per chi si occupi di processi di privatizzazione perché è, per quanto a mia conoscenza, l’unica privatizzazione dichiarata nulla in sede giudiziaria dopo una complessa vicenda fra giurisdizioni ordinarie e amministrative (sulle centrali del latte si veda anche questo ), retrocedendo il pacchetto di controllo nelle mani di Roma Capitale, che poi lo ha reimmesso sul mercato con la giunta Raggi in ottemperanza a quell’autentica nefandezza della riforma Madia sulle partecipate.

Occorre chiarire le ragioni di senso retrostanti la ricerca di un consenso ‘democratico’ sulle privatizzazioni: la relazione difatti non è biunivoca. Per il blocco sociale egemone se il corpo elettorale si esprime contro le privatizzazioni (cfr. referendum servizi pubblici a rilevanza economica 2011) si ignora, se invece questi processi sono in qualche modo legittimati ecco che lo ‘spunto’ viene subito colto.

Seguiremo ovviamente la campagna su Atac anche a prossimamente, ma siccome l’ambizione di questo blog sarebbe anche quella di creare una rassegna su tutto quel che si muove nella galassia ‘impresa pubblica’, non posso che dar conto di quanto realizzato dalle utilities (si chiamano così, in realtà si tratterebbe solo dello svolgimento di servizi essenziali, la politica industriale sarebbe altra cosa, ma sorvoliamo…) che sono ricorse alla ‘rete di imprese’  rigorosamente con un nome anglosassone “Territory utilities network”:  I termini che vanno per la maggiore sono «insieme» e «rete». Qualcuno elogia il superamento dei campanili, tanti sottolineano «il modello unico» a livello nazionale e la trasversalità politica (Lega-Forza Italia-Pd) di un’operazione che i promotori battezzano come «salto culturale». Quasi fosse una Große Koalition delle aziende pubbliche. 

Adesso, senza voler sminuire la fondamentale scoperta dell’acqua calda, mi permetto di ricordare che l’IRI era nato per questo anche se non c’erano gli smartphone e le app, solo che siamo regrediti culturalmente all’età della pietra e quindi ormai qualsiasi politica economica più evoluta della selce per accendere il fuoco sembra fantascienza. Qualcuno che tramandi la memoria del fatto che, non solo il fuoco si può accendere con l’accendino, ma che c’è anche il gas di città, ci deve pur essere. Ma per esserci il gas di città, ci vuole l’impresa pubblica e torniamo da dove siamo partiti.

Spero che l’acronimo tuna (tonno, in inglese) non sia il prodromo della fine del tonno del quale abbiamo già scritto… D’altra parte anche tuna sa che tina… O almeno così ci fanno credere…

Alberto Leoncini

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