Non nominare i nominati invano

Che dire sull’esito delle nomine compiute dal governo Renzusconi? Non molto perché, a dispetto dello stupore della stampa era tutto ampiamente prevedibile: il consueto giro di poltrone all’interno del notabilato economico. Nulla che faccia intravvedere non dico il ‘cambio di verso’ ma nemmeno un’idea nuova e propositiva del ruolo pubblico in economia, prova ne sia che perfino in ambito ‘dem’ si sono registrate delle perplessità. Rebus sic stantibus queste nomine sono il semplice preludio alla privatizzazione prossima ventura, dei semplici nocchieri che dovranno guidare le imprese (ex)pubbliche nelle mani della ‘contendibilità’, cioè degli amici degli amici secondo quel rodato sistema di sottobosco, favori reciproci e incroci cui siamo ampiamente abituati dagli anni ’90 in qua. Fine. D’altra parte Gutgeld, uno dei più stretti consulenti economici di Renzi l’ha detto chiaramente ancora mesi fa, quindi più esplicito di così si muore.

Occorre inoltre smentire un altro mito quello del ‘nuovismo’ che l’attuale stagione di governo vorrebbe darci da bere: le logiche che hanno guidato le nomine sono esattamente le stesse della prima repubblica: il pubblico è e resta ‘proprietà privata dei partiti di governo’ (Mattei) che ne dispongono a loro piacimento e secondo il capriccio proprio e dei referenti economici cui fanno capo.  

 Tutto ciò al di là del caso-Marcegaglia,  in cui viene posta in un ruolo chiave una ex esponente dell’associazione degli industriali contro la quale la presenza pubblica nel mercato dovrebbe fare da contropotere.

Per la cronaca, ieri ‘la Repubblica Affari&Finanza’ apriva con il titolo ‘Servono veramente 19 Autorithy?’. La risposta è facile da fornire, più difficile, ed è quello che cerchiamo di fare noi, fornire delle alternative praticabili e adatte ai tempi rispetto alla presenza pubblica in economia.

Alberto Leoncini

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