Tutte le frottole del presidente: Nuovo Pignone e privatizzazioni

Forse ricorderete il discorso con il quale l’attuale presidente del consiglio, Matteo Renzi, chiese la fiducia al Senato. Ora, al di là del fatto che ci abbia messo un po’ di tempo per elaborare il silenzio della cosiddetta sinistra cosiddetta colta sull’atteggiamento di un uomo delle istituzioni che si presenta e dice “Io vi voglio abolire, spero di essere l’ultimo presidente del consiglio che viene a domandarvi la fiducia”, vorrei far presente un passaggio che, secondo me, indica molto bene lo spirito profondo e l’essenza del renzismo: una gigantesca messinscena mediatica per coprire le più reazionarie intenzioni. Renzi è un avversario molto più subdolo e complesso di Berlusconi: è giovane, si sa vendere molto bene (a messa la domenica, la bicicletta, la signora Agnese, le pacche sulle spalle con annesso selfie…), sa parlare ed è un grande affabulatore e, non da ultimo, non ha, almeno all’apparenza, quelle abiezioni morali che rendono Berlusconi un soggetto vulnerabile quantomeno sul piano giudiziario. Riporta sotto i riflettori parole roboanti e piene di forza evocativa: speranza, comunità, famiglia, sfida etc…Tutto ciò, però è condito con la più prona e pedissequa osservanza dei vincoli strutturali della dipendenza e delle politiche economiche regressive degli ultimi anni, privatizzazioni anzitutto, tanto che ha promesso uno 0,7% di PIL all’anno in privatizzazioni. Eccovi un esempio: uno dei chiodi fissi del Nostro è la Nuova Pignone, tanto che l’ha citata nel suo discorso per la fiducia e in questo passaggio di cui vedete il video (http://www.youtube.com/watch?v=wvLqhigPaLY ). Azienda fiorentina entrata nell’orbita dell’IRI grazie all’intervento di Giorgio La Pira, all’epoca sindaco, che viene generalmente dipinta come ‘la privatizzazione perfetta’, anche perché, nel disastro della deindustrializzazione galoppante seguita alle privatizzazioni, è l’unico esempio in cui non sia stata ridimensionata ma anzi aumentata la sfera occupazionale, quindi una delle poche frecce che la classe dirigente italiana ha nella faretra per imbonire la popolazione. Ma è davvero tutto oro quel che luccica? No, ovviamente, anche perché non luccica affatto e vediamo perché:

  1. Il Nostro sembra dipingere ‘gli investimenti esteri’ come Babbo Natale: istituzioni benefiche che vengono a portare lavoro e occupazione. Purtroppo la realtà è ben diversa: gli investimenti esteri sono un’importazione di capitale, che ovviamente deve essere remunerato. Quindi quei soldi, per remunerarlo, devono venire fuori dal sistema-Paese, o meglio da un segno meno nelle partite correnti. “Insomma: gli investimenti diretti esteri in entrata, cioè l’acquisto da parte di non residenti della proprietà o del controllo di unità produttive residenti,strutturalmente sono una passività, un debito, per il Paese” ( ALBERTO BAGNAI, Il tramonto dell’Euro, Imprimatur, Milano, p.57…Il resto ve lo leggete da voi).  Diventano dunque un flusso in uscita protratto per tempo, tanto maggiore quanto sarà ‘il successo’ dell’investimento (l’impresa acquisita guadagna tanto, gli utili sono spostati presso la casa madre che ha compiuto l’investimento…). Il tutto a tacere del fatto che spesso e volentieri gli ‘investitori esteri’ arrivano, prendono con quattro lire, spremono, liquidano gli asset e se ne vanno.
  2. Più nello specifico vediamo cosa ci racconta uno dei più completi studi di storia economica sulle privatizzazioni che, beninteso, guarda con grande favore al caso: “Il governo deliberò che le privatizzazioni avrebbero preso avvio con la vendita di due società: il Credito italiano, banca di interesse nazionale controllata dall’IRI, e il Nuovo Pignone. La decisione aveva in gran parte un significato simbolico. […] In particolare per il Nuovo Pignone si fece notare che la sua cessione sarebbe potuta avvenire in condizioni migliori se fosse stata preceduta da un’integrazione con Ansaldo, società meccanica, anch’essa pubblica controllata da Finmeccanica del gruppo IRI. Da parte sua il governo non solo aveva la necessità di iniziare un processo di vendite più volte annunciato e ancora fermo, ma faceva notare che le due cessioni avrebbero permesso a IRI ed ENI, alle quali erano direttamente riservati gli incassi delle dismissioni, di migliorare la loro situazione patrimoniale. […] D’altra parte un’integrazione Ansaldo-Pignone sarebbe potuta essere propedeutica alla cessione congiunta delle due società. In questo senso l’operazione avrebbe avuto una giustificazione industriale nel progetto di costruire un polo italiano dell’alta tecnologia, e avrebbe permesso allo Stato una vendita a condizioni ottimali. La realizzazione di un’integrazione industriale avrebbe richiesto però tempi lunghi, difficilmente sostenibili da un governo che aveva fondato gran parte della sua credibilità internazionale sull’avvio delle privatizzazioni. […] Si consideri infine che l’incasso non poteva comunque rappresentare la finalità principale del porcesso di privatizzazioni.” AFFINITO MASSIMILIANO, Il caso Nuovo Pignone, in AA.VV., Le privatizzazioni dell’industria manifatturiera in Italia, Donzelli, Roma, 2000, p.196-197-198

 

Alberto Leoncini

P.S. qui una cosetta sulla faccenda della dismissione delle caserme… Così, per non farsi mancare nulla

http://www.huffingtonpost.it/monica-pasquino/dismissioni-caserme_b_5434822.html?utm_hp_ref=italy

 

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