La scoperta della Grecia

Oggi, 14 febbraio, ha luogo una manifestazione di solidarietà con il nuovo governo greco di Syriza e ANEL (Greci indipendenti) per ‘cambiare l’Europa’. Vi devo confessare una cosa: in questi giorni mi sto mordendo le dita. Nel 2011 scrissi un pezzo in cui ponevo come tema ineludibile quello della convergenza attorno alle rivendicazioni greche. Fu rifiutato (si dice il peccato, non il peccatore) e io non ebbi la prontezza di aprire un blog come ha fatto Bagnai…. Non credo che ad oggi avrei collezionato 13 milioni di contatti come ha fatto lui, ma forse starei più avanti di dove sono. Pazienza, alcuni contenuti del genere li misi in un editoriale su ‘Indipendenza’ dal titolo ‘L’Euro una moneta da rottamare’. Beh, quello scritto ve lo propongo oggi. Pensate che ho più volte pensato di cestinarlo dai file, invece è rimasto lì…nella cartella dei lavori ‘correnti’, quasi  sentissi la necessità che arrivasse un momento ‘giusto’.

Questo, però, vi fa capire una cosa: ora è irrimediabilmente e definitivamente tardi. La ‘sinistra’ italiana ha dato l’ennesima prova di non saper leggere i tempi, di non saper dare delle risposte all’altezza delle necessità, ha dimostrato di essere inutile, insignificante. Questa è l’amara verità. Aspettare il 2015 (buongiorno principessa!!) per manifestare solidarietà alla Grecia è una toppa peggiore del buco.

Io sto con Atene, e la crisi non la pago

Ci sono dei momenti in cui i valori di cittadinanza e convivenza democratica non possono non prevalere su ogni altra considerazione e nei quali il coraggio di strutturare almeno una ribellione civica ci è imposto prima che dall’orizzonte politico-sociale cui ci rifacciamo, tutti e ciascuno nella quotidiana attività, da quel senso di appartenenza ad una comunità e ai suoi connotati solidaristici istintuali e ancestrali. Oggi tutti i popoli dovrebbero lottare al fianco del popolo greco, il primo a cadere sotto la scure del “piano di rigore” imposto a uno stato sovrano da enti autocratici e sopranazionali. Decidiamoci: con chi stiamo? Abbiamo il coraggio di schierarci senza se e senza ma con Atene? Non dovrebbe forse essere una presa di posizioni senza discussioni quella che vede legate fra loro le fasce subalterne e vessate italiane e greche? Siamo in grado di essere una voce fuori dal coro del conformismo che appiattisce ogni possibile dissenso rispetto all’ineluttabilità del “rigore contabile”? Come si può pensare di non reagire di fronte alle criminalizzazione di chi lotta per difendere giustizia, legalità e democrazia giustificando al contempo chi cerca invece di spazzare via ogni residua possibilità di futuro?

 Non è il momento delle parole di circostanza e dei distinguo. Quello che sta succedendo ad Atene è un precedente di inaudita gravità e proseguirà verosimilmente in Portogallo, Spagna, Italia, Irlanda e Belgio… Non riteniamoci indenni, ma specialmente non illudiamoci che possano sempre bastare trecento spartiati alle Termopili per salvare l’Europa. Il maxipiano di vendite e dismissioni del patrimonio pubblico avviato in Grecia è l’atto finale della “tragedia della democrazia”, che verrà relegata a puro e semplice simulacro perché la determinazione democratica degli indirizzi politici non avverrà più mediante l’allocazione di beni pubblici sulla base di un fine collettivamente determinato e di un programma di governo ma dovrà passare per le strettoie degli oligopoli finanziari che avranno un eterno potere di ricatto sulla società civile e le istituzioni. Quando potrà essere riacquistato a prezzo di mercato quanto oggi viene venduto?

Il “manifesto politico” promanante dalle nostre costituzioni diventerà definitivamente solo un insieme di belle parole e candide intenzioni perché ci verrà tolta la possibilità di immaginare un’altra società possibile. Ci verrà tolta la possibilità di strutturare e costruire un’alternativa. Parziale, maldestra, imperfetta ma voluta e autodeterminata. Insomma, nostra. Dovremmo rassegnarci, ancora di più, ad un futuro di prostrazione materiale e morale. Quello che fanno alla Grecia, lo faranno a tutti noi, prima o poi. Non illudiamoci che, per noi, il giogo sarà più leggero e che potremmo avere sconti di pena. Il sistema di gestione economica di matrice liberista e mercatista è rabbioso, ma i colpi di coda che può ancora sferrare sono devastanti, potendo ancora contare sulle principali leve di azione e controllo finanziario e monetario.

Il popolo ellenico sta dimostrando una tenacia fuori dal comune, non solo con le imponenti manifestazioni di protesta, gli scioperi seriali e reiterati, la pressione su esecutivo e forze politiche ma anche con la ribellione del movimento “io non pago” che dovrebbe, a mio avviso, essere esteso a sempre più ampi settori e ambiti (autostrade, canone RAI, abbonamenti dei mezzi pubblici, contributi scolastici, tasse universitarie…) anche in Italia fintanto che non venga ripristinato un controllo democratico sui nodi nevralgici della vita economica del Paese.

La Grecia ogni anno celebra il “giorno del NO” (28 ottobre) in coincidenza con il rifiuto di cedere al ricatto mussoliniano del 1940. Ebbene, oggi il NO va detto senza esitazioni allo squadrismo della finanza e ai suoi risvolti eversivi dell’ordine democratico e della convivenza civile.

Il luogo dove è nata la parola “democrazia” è il luogo dove deve rinascere. Non lasciamoli soli. Io sto con Atene.

 Alberto Leoncini

Ora, vedete, non è che perché la sinistra italiana manifesti la sua solidarietà alla Grecia cambi qualcosa.

È del tutto irrilevante ai fini del decorso della storia, tuttavia il problema che persiste e si manifesta come un bubbone è la radicale incapacità di analisi teorica della fase attuale. Quella che Bagnai chiama ‘la matita per unire i puntini’. Certo, capisco che questo discorso potrebbe sembrare il classico ragionamento da aspirante intellettualoide che, non riuscendo a combinare niente di significativo, si mette a dare lezioncine agli altri. Tuttavia, vedete, mi salva un fatto, quello di essere praticamente una mosca bianca a parlare di intervento pubblico nell’economia. Se effettivamente cercassi il mio tornaconto di visibilità farei delle cose un po’ più nazionalpopolari. Non solo, ma mi pongo in una prospettiva ‘dal basso’ (ecco, questo si che sono nazionalpopolare…), cioè svolgo il ragionamento politico ragionando non solo sul come dovrebbe andare il mondo (“se fossi, se potessi, se avessi eran tre fessi” per dirla con Totò…) ma su come concretamente va e formulo le proposte a partire da una logica schiettamente locale (neomunicipalista, se vogliamo usare un parolone). E, come sempre andiamo dal particolare al generale: forse ai trevigiani sarà capitato di sentire che le Poste hanno in programma di chiudere un bel numero di uffici postali nella provincia. Come potete apprendere qui:

La cosa ha suscitato le ire bipartisan di Zaia (Lega Nord) e di Floriana Casellato (PD), come potete vedere di seguito.

https://www.facebook.com/364912226915334/photos/pb.364912226915334.-2207520000.1423772878./825933847479834/?type=1&theater

Bene, nessuno dei due si è minimamente posto il problema del perché questo succeda. Succede esattamente perché il governo Letta e il governo Renzi in perfetta continuità (si, certo, cambiamo verso….) vogliono privatizzare il 40% delle Poste, allora siccome il prezzo si fa, di solito, con un multiplo del MOL (margine operativo lordo), bisogna farlo aumentare. Allora si aumentano le tariffe postali, come avrete notato, così aumentano i ricavi e si tagliano i servizi così diminuiscono i costi. Pardon, si razionalizza… Ecco, mi sfuggiva il termine.

Faccio notate un dettaglio: un aumento mettiamo di 40 centesimi su un servizio postale è chiaramente una scelta regressiva, cioè colpisce di più chi è più povero. Se Montezemolo deve spedire un pacco non gli cambia molto, se lo deve spedire il cassintegrato che per fare la spesa deve contare le monetine, l’impatto sul suo vincolo di bilancio, per dirla con quelli che la sanno lunga, cambia, sbaglio?

Morale della favola: o si cerca di analizzare i problemi alla radice oppure, sempre per dirla con Bagnai facciamo la figura del grattacheccaro (il venditore di granite in romanesco, NdR) che vuole evitare l’impatto del Titanic con l’iceberg grattuggiando l’iceberg e facendoci granite (trovate tutto in ‘L’Italia può farcela’…). Questo, tornando al discorso fatto all’inizio, vale in particolare per un fatto: la Grecia è il laboratorio in cui viene sperimentato il nostro futuro, se ancora ci ostiniamo a pensare che la faccenda riguardi loro e noi, perché stiamo ‘meglio’, dobbiamo esprimer loro ‘solidarietà’, siamo assolutamente fuori strada o, meglio, abbiamo l’iceberg a dritta. E non credo che fare i grattacheccari ci salverà, come non lo crede, più autorevolmente di me, Bagnai.

Alberto Leoncini

PS: Se non l’aveste vista, qui trovate la puntata di PresaDiretta ‘La battaglia del lavoro’ in cui si ripercorrono le vicende dell’acciaio italiano dopo le disastrose privatizzazioni degli anni ’90, oltre a più generali considerazioni in materia di diritto del lavoro e politica industriale. Certo, manca la parte ‘propositiva’ sull’impresa pubblica ma sicuramente, come sempre, una documentazione interessante ed esaustiva.

http://www.rai.tv/dl/RaiTV/programmi/media/ContentItem-326bf93c-e16e-4d9d-ba8a-25a48e95fe98.html?iframe

Annunci
Questa voce è stata pubblicata in Senza categoria e contrassegnata con , , , , , , , , , . Contrassegna il permalink.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...