Toscana, l’ultimo treno

Le prossime elezioni regionali toscane hanno la potenzialità di aprire scenari inediti per arrestare la deriva autoritaria e dispotica messa in atto da Renzi, niente di risolutivo, sia chiaro, ma la priorità dev’essere quella di arginare la deriva bonapartista in atto da parte sua e della sua corte dei miracoli di neofiti aggregatisi al carro del vincitore. Il presidente del consiglio sa concepire solo la logica della prova di forza e il monologo (emblematica in questo senso la lavagnetta della ‘buona scuola’ che ricorda tanto l’altra lavagnetta con la quale Berlusconi promise un’autostrada pro capite), e per tale strada dovrà essere doverosamente sconfitto. La prima occasione per aprire una crepa nell’edificio di indecente autoritarismo, spregio per le istituzioni e prona sudditanza al modello egemone sono indubbiamente le elezioni toscane. Sia perché si vota con una legge elettorale assai simile all’Italicum, e una sconfitta per Renzi con quella che è la sua creatura sarebbe un ineliminabile smacco, per di più se consumato nella terra che gli ha dato i natali, sia perché i suoi più diretti avversari sono espressione di tutte le culture politiche alternative al renzismo e alla grande ammucchiata oggi egemone. Vediamo in che termini:

Abbiamo un M5S che, seppur in contrazione rispetto all’exploit delle politiche è comunque una forza politica a doppia cifra, di governo a Livorno e con un rispettabile radicamento territoriale; una sinistra, quella che sostiene Fattori, che raduna tutte le soggettività a sinistra del PD e che, anch’essa, può ambire a un risultato a doppia cifra atteso che quel tipo di cultura politica vanta una proverbiale tradizione in quella regione e, infine, la Lega e Fratelli d’Italia con Borghi.

La priorità quindi è una, sottrarre voti al Partito Democratico per arrivare al secondo turno. Inchiodare il PD alla soglia del 39,9 deve quindi essere la direzione strategica verso la quale direzionare gli sforzi. Comunque vada dopo, si tratterà di costringere il Partito Democratico a rincorrere una vittoria che considera di avere già in tasca. Nell’epoca dell’immagine a ogni costo, già una vittoria.

Sarò franco, ad oggi il candidato più lungimirante e con la maggiore visione prospettica, il ‘regista’ per usare un termine calcistico, al di là delle abissali differenze di vedute, è Borghi. È finora riuscito a interpretare tanto l’attenzione ai luoghi quanto il significato politico della battaglia; mi duole ammetterlo, nella misura in cui non condivido le idee della Lega, ma finora non ha sbagliato un colpo, come non lo ha sbagliato Fratelli d’Italia optando per l’apparentamento, ricambiato dalla Lega nelle Marche.

Potrei parlare del suo impegno per la TRW di Livorno o degli allevatori del Mugello, ma il vero salto in là lo compie da un’altra prospettiva: si occupa di una cosa che dovrebbe il mestiere della sinistra, cioè il modello di produzione e gli assetti dominicali sui mezzi di produzione. D’altra parte capita quando si è troppo impegnati a discutere di genitore 1 e 2. Le famose ‘nozze gay con i fichi secchi’, per dirla con Bagnai.

Quali altri candidati hanno parlato di ‘nazionalizzazioni’… Scandalo per i piddini stoltezza per i liberali alle vongole?

Ebbene, in questa afasia cronica in cui la menzogna è il contorno di ogni proposta politica, è evidente che chi arriva per primo a dire ‘il re è nudo’, vince. Gli assetti dominicali e la proprietà sui mezzi di produzione non sono snodi neutrali, come non lo è la moneta, ma questo ce lo siamo già detti e l’ha detto Bagnai prima e meglio di noi. Rispondono a rapporti di forza, Borghi lo sa e gioca la sua partita mettendolo in evidenza, dimostrando come, a partire da casi locali, sia pur con rilevanza nazionale, si riverberino le opzioni politiche in essere.

Di treni ci siamo già occupati qui  però volevo svolgere alcune notazioni sul Frecciarossa1000 dedicato a Pietro Mennea. Questo:

Come sempre l’unico che ha stigmatizzato il fatto che la AnsaldoBreda sia andata a Hitachi è stato Claudio Borghi:

https://twitter.com/borghi_claudio/status/589447661952040960

Che AnsaldoBreda e la mobilità ferroviaria siano nodi di primario rilievo nazionale, è fuori dubbio: la mobilità ferroviaria è il cuore del nostro futuro e dei nostri spostamenti, è la tecnologia più ecologica, silenziosa ed economicamente produttiva, perché anticiclica, in termini di ricerca e sviluppo che abbiamo a disposizione, ma soprattutto è un ramo del trasporto in cui la presenza pubblica è un regista imprescindibile. Il grado di investimenti, la qualità e la capillarità del trasporto ferroviario sono una spia che ci indica immediatamente che Paese vogliamo essere, su quale mobilità vogliamo investire e su quale turismo vogliamo puntare (avete presente le ferrovie svizzere che si inerpicano sui cocuzzoli delle montagne?… )

Anche il nostro territorio ha dato la nostra parte nel processo di progressivo smantellamento e sgretolamento della infrastruttura ferroviaria: la Fervet di Castelfranco Veneto è stata immolata su quell’altare, e oggi, come forse saprete va all’asta. Non solo, le Ferrovie, oltre che progresso, mobilità, connettività hanno significato stipendi sicuri, ma soprattutto posti sindacalizzati. Per decenni la filiera ferroviaria ha rappresentato una élite operaia e tecnologica che, non a caso, oggi è in via di disgregazione, come ben sa chi per sua disgrazia deve fare il pendolare, e privatizzazione. La disgregazione di questa filiera è quindi una scelta politica prima che economica.

La realtà di fondo è che la narrazione renziana, spacciata per ‘novità’, ci sta portando a grandi passi verso un’Italia pregiolittiana. Un’Italia antecedente alla nascita dei partiti di massa, antecedente alla nazionalizzazione delle ferrovie e alla legge sulle municipalizzazioni (del 1903). Questo, se l’autocrate fiorentino non verrà messo ai margini della comunità politica, è il futuro che ci attende.

Alberto Leoncini

PS: un po’ di pagina locale… Vi segnalo che, finalmente, il sito del Comune è stato rinnovato www.comune.treviso.it

Vi segnalo questo video riguardante il progetto di pedonalizzazione del centro storico di Treviso. Al minuto 1,30 uno degli intervistati dice ‘ci mancano i 1600 dipendenti pubblici’. Questo per chi non si vuole ficcare in testa il banale concetto che la spesa pubblica è reddito privato, quindi tagliare la spesa pubblica significa tagliare il reddito privato.

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