Francia/partecipazioni statali

Condivido con voi questo articolo apparso ieri sul supplemento economico de ‘la Repubblica’ (ne arriverà una copia a Palazzo Chigi?) che non aggiunge nulla a quello che i lettori del blog già sanno, ma che dà l’idea di quali siano le ragioni retrostanti alle linee di politica economica portate avanti dai governi nostrani e, purtroppo, anche dalle amministrazioni locali, con qualche rarissima eccezione.

Alberto Leoncini

 

IN DIECI ANNI L’AGENZIA DELLE PARTECIPAZIONI STATALI DI PARIGI HA RADDOPPIATO LA SUA PRESENZA. LE AZIONI OGGI IN SUO POSSESSO VALGONO PIÙ DI 100 MILIARDI. L’INGRESSO IN PSA E LA DIFESA DEL DOPPIO VOTO IN AIR FRANCE E RENAULT

Anais Ginori

Parigi E ‘ il più importante operatore sulla Borsa di Parigi, nessun magnate può sognare di essere come lui. All’ultimo conteggio, lo Stato francese ha un tesoretto di azioni in società quotate pari a 83 miliardi. Da quando è stata creata nel 2004, l’Agence des Participations d’Etat ha più che raddoppiato il portafoglio. Se si contano anche le partecipazioni non quotate si superano i 100 miliardi. Dopo un lungo periodo di privatizzazioni e dismissioni, durante gli anni 90, lo Stato-padrone fa un ritorno in grande stile. Anche se è stata la maggioranza di destra a battezzare l’Ape, è il governo di sinistra a sfruttarne le potenzialità dimostrando una rinnovata capacità di adattarsi al mercato e persino una certa sfrontatezza finanziaria, come si è visto dalle recenti dispute intorno agli aumenti di capitale Renault e Air France-Klm non concordati con i soci privati. Sarà perché al ministero dell’Economia c’è il banchiere trentasettenne Emmanuel Macron, che ha lavorato in Rothschild, specializzandosi in acquisizioni e fusioni, ma nel paese di Colbert l’intervento pubblico in economia gode di un sostegno bipartisan. In uno dei momenti più positivi della Borsa di Parigi, nel 2007, le partecipazioni quotate dell’Ape hanno addirittura superato i 180 miliardi. Il capitalismo di Stato continua ad essere visto con favore dall’opinione pubblica. Malgrado le critiche all’estero, quasi nessuno ha obiettato quando il governo socialista ha deciso un anno fa di entrare nel capitale del Psa, prendendosi il 14% ed escludendo una parte della famiglia Peugeot. Ora lo Stato sostiene di aver raddoppiato il valore della sua quota grazie all’andamento in Borsa e intanto è riuscito a mantenere gran parte dei posti di lavoro in Francia. Sono state dimenticate le brutte esperienze del passato, come i disastrosi salvataggi del Crédit Lyonnais e di France Telecom. Complice la crisi e il patriottismo economico bandiera di François Hollande, l’Agenzia per le partecipazioni dello Stato diventa sempre più potente. Il personale è raddoppiato: una cinquantina di funzionari lavorano nel ministero dell’Economia a Bercy, il grande palazzo moderno affacciato sulla Senna, per sorvegliare uno sterminato portafoglio. Al primo posto per valore, figurano le quote in Edf (84,5% pari a 43,4 miliardi) e Gdf (36,7% pari a 16 miliardi). Ma ci sono anche le partecipazioni in Areva (28,8% che supera l’80 considerando le partecipazioni indirette), Orange (13,4%), Airbus (11%), Aéroport de Paris (50,6%), Safran (22,4%). Lo Stato è azionista di maggioranza, direttamente o indirettamente, in oltre 1500 società e ha quote di minoranza in altre 500. Dal 2004, l’Ape ha ceduto 25 miliardi di azioni, reinvestito 20 miliardi e dedicato 20 miliardi per diminuire il debito dello Stato. Nella legge Finanziaria 2015 il governo ha iscritto 4 miliardi di cessioni delle partecipazioni statali ma il ministro dell’Economia ha annunciato che le dismissioni potrebbero portare nelle casse dello Stato cifre anche superiori. Oltre ad alcuni aeroporti, si parla di una parte di Edf e della Française des Jeux, la società che gestisce la lotteria. Oltre all’aumento di partecipazioni in valori assoluti, la novità è che lo Stato-padrone ha cambiato anche la sua dottrina. Il governo ha cominciato a interpretare il suo ruolo di azionista come un privato, con metodi sempre più sofisticati. Per avere un maggior numero di rappresentanti nei consigli di amministrazione, alcune partecipazioni vengono frazionate tra Caisse des dépots, Fonds stragégique d’investissement, Banque publique d’investissement. Inoltre, lo Stato non punta più su quote di maggioranza: gli basta avere diritti di voto doppio, secondo la cosiddetta legge Florange approvata nel marzo 2014. La norma modifica il sistema di votazione che finora prevedeva un’azione-un voto, e consente agli azionisti in possesso da più di due anni di quote di ottenere due voti per ogni azione detenuta. Il governo è un azionista scaltro e al passo dei mercati. Nel caso di Renault, è stato addirittura accusato di comportarsi come un hedge fund. In aprile, ha deciso a sorpresa di aumentare la propria quota dal 15 al 19,7% per impedire all’assemblea degli azionisti di votare la cancellazione dei voto doppio. Una mossa considerata ostile sia dall’ad Carlos Ghosn che dal socio Nissan, ma difesa da Macron. ‘La quota ulteriore acquistata dallo Stato – ha detto il ministro – sarà rivenduta. Si è trattato di una normale e trasparente pratica di mercato. Non scenderemo sotto il 15%. Vogliamo mantenere la stessa quota di prima e farci riconoscere il diritto di voto doppio’. Non contento, il governo ha fatto il bis con Air France-Klm per scongiurare lo stesso rischio di abolizione del voto doppio nell’assemblea del 21 maggio. Lo Stato ha aum entato dell’1,7% la sua partecipazione fino al 17,58%. In questo caso l’operazione è costata meno: per Renault, il governo ha dovuto sborsare 1,2 miliardi, per Air France solo 45,9 milioni. Macron ha promesso che l’aumento di capitale nella compagnia aerea sarà “duraturo”. Le quote non saranno insomma rivendute subito dopo l’assemblea di questa settimana. Il messaggio è chiaro. Lo Stato azionista c’è, e vuole essere ascoltato. L’ultimo a farne le spese è stato l’ex presidente di Edf, Henri Proglio, costretto a rinunciare alla presidenza di Thales, il gruppo di aerospazio, difesa ed elettronica di cui lo Stato detiene il 26,6% e Dassault il 25,3). Proglio si è detto vittima di una “campagna di umiliante” da parte del ministro dell’Economia. Macron aveva obiettato sulla possibile nomina di Proglio voluta da Dassault, alla luce delle sue collaborazioni estere nel settore, in particolare con la Russia. Alla fine, l’ex numero uno di Edf ha dovuto farsi da parte. In alcuni gruppi ci sono tanti padroni, ma qualcuno conta più degli altri. Il presidente francese Francois Hollande

(18 maggio 2015)

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