Privatizzazioni, una vita da cani

Chi segue questo blog ormai sa che io vengo spesso e volentieri a conoscenza delle cose quasi per caso, a meno che, chiaramente, non siano quei dieci argomenti che seguo (cerco di seguire…) quotidianamente. Bene, oggi scopro la vicenda del bando di assegnazione dei canili di Roma (vi rimando a questo e questo con ulteriori rimandi interni ).

Ora che sui canili ci sia una gestione a dir poco torbida in cui le prime vittime, oltre ai cani, va da sé, sono le associazioni che si battono davvero per la salute il benessere animale, è cosa nota e anche alle nostre latitudini ci potrebbero essere molte cose da dire (ah, notizia per i trevigiani: sapete che il rifugio di Ponzano ha cambiato gestione passando a Enpa Treviso? io appartengo al partito dei gatti, ma anche i cani fanno parte dell’arco costituzionale quindi tenetelo presente se volete adottare un trovatello…) ci sono due dati che vanno tenuti presenti: il primo è che Marino, sempre più debole politicamente persiste nel non cogliere il rilievo politico dei processi di privatizzazione come dicevamo qui e questa, probabilmente, sarà la pietra su cui inciamperà la carriera politica.

Su questo sostrato, si inserisce il nuovo mito dei ‘costi standard’, declamati ovunque come la panacea per gli sprechi (contrapposti alla ‘spesa storica’ che fossilizzerebbe gli sprechi nelle pubbliche amministrazioni), un mito, dicevo, come lo sono state le delegificazioni, le privatizzazioni e tutte le parole d’ordine dell’imbonitore di turno, che, ovviamente, promettendo rivoluzioni lasciano tutto com’è, nel migliore dei casi, e buttano via il bambino con l’acqua sporca nel peggiore. E vi faccio subito l’esempio tratto dalla cronaca: come avrete sentito si sono moltiplicate le denunce e le inchieste giornalistiche sul caporalato, anche a seguito di drammatici episodi accaduti nel Sud Italia, cioè su chi lucra sull’intermediazione fra domanda e offerta di lavoro. Al di là del fatto che trovi tutto ciò eticamente odioso, ma questa è chiaramente una notazione personale, il fatto è che avendo sostanzialmente rinunciato al sistema pubblico di collocamento (cioè gratuito per le imprese e per i lavoratori, in quanto finanziato con la fiscalità generale), non capisco come si possa pensare di contrastare un fenomeno come il caporalato quando ci sono le agenzie interinali che lucrano sull’intermediazione lavorativa in modo pienamente lecito. Sentite cosa ci dice Pietro Ichino in questa intervista il cui testo integrale trovate qui e trovate, inoltre, il rimando alla sentenza Job Centre che è stato il grimaldello per scardinare il collocamento pubblico (grimaldello made in UE, ovviamente).

“Professor Ichino, nella riforma del mercato del lavoro è stata fondamentale la sua attività forense. Ritiene che le prospettive nate allora abbiano oggi un quadro normativo adeguato?
C’è ancora, per un verso, qualche vincolo di troppo: chiunque dovrebbe poter svolgere attività volte a favorire l’incontro fra domanda e offerta nel mercato del lavoro, purché si faccia conoscere e svolga l’attività alla luce del sole. Per altro verso, c’è ancora qualche difetto di trasparenza e correttezza sostanziale da parte di qualche operatore formalmente regolare, che non è stato adeguatamente risolto.”

Piccolo quesito: voi nelle mani dei ‘riformatori’, vi sentite tranquilli? Beh, io no.

Ora, è un fatto che Renzi ci stia portando a grandi passi verso un’Italia pregiolittiana, ma ciò che vorrei far notare è come, nei fatti, il modello oggi egemone sia pervasivo e di quanto, di contro, sia necessario pensare a nuove vie, nuovi strumenti e nuove prospettive per l’agire collettivo. L’intervento pubblico nell’economia, che poi è il motivo per cui nasce questo blog, è lo snodo irrinunciabile e qualificante, ma esso dovrà essere parte di una battaglia più ampia, articolata e strutturata per la quale ci dovrà essere il contributo di tutti, quindi nessuna rivendicazione e nessuna battaglia dovrà essere lasciata a se stessa. Rinnovo, ad abundantiam, l’invito a Roma per l’Assemblea dell’Associazione Indipendenza perché, da qualche parte, bisogna pur partire.

Alberto Leoncini

indi-i-assemblea

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