Verso il referendum su ATAC: quali orientamenti, quali prospettive

Pensavo di aver visto tutto con gli esponenti della sinistra e i loro selfie col pandoro, ma mi sbagliavo e devo fare pubblica ammenda: sono stati ampiamente superati dai sovranisti che supportano gli operatori subentrati con le privatizzazioni. D’altro canto se il Natale è dadaista, la Pasqua non può esser da meno.

Non faccio nomi per carità di patria, ma onestamente vedere qui e lì i plausi ad Aponte per la sua campagna sul ‘naviga italiano’ senza un rigo, uno, sulle privatizzazioni e sul fatto che Tirrenia (come altre compagnie) era pubblica e quindi non c’è bisogno dell’eventuale ‘spirito patriottico’ dell’imprenditore per decidere quale politica industriale e imprenditoriale compiere per il benessere collettivo, è onestamente disarmante dopo dieci anni di conclamata crisi del mercatismo.

Il problema, me ne sto sempre più convincendo, non è tanto la troika ma quelli che ci dovrebbero tirare fuori da qui. Perfino LeU, stigmatizzando alcuni contegni della società non dice una parola, una, sulla privatizzazione di Tirrenia.  Io mi sono fatto un’idea sul perché: farlo significherebbe mettere in discussione il dogma della concorrenza di derivazione comunitaria, che è divenuto un dogma nel ramo dei trasporti, e per farlo occorrerebbe mettere in discussione l’Unione Europea, vero propulsore ed ente capofiliera di questo stato di cose, ma siccome questo non si può fare, si continua a disquisire di temi di contorno.

Se il mare piange, la terra non ride: si andrà al referendum su ATAC, promosso dal braccio operativo del liberismo in politica, i Radicali, in realtà i prestanome del PD, che sta notoriamente dietro l’operazione. Io all’ultima assemblea di Indipendenza ho tenuto una relazione sul punto e sulla strategia di contrasto all’iniziativa, che replicherebbe in grande stile quel che abbiamo raccontato qui, solo che su scala infinitamente più deflagrante…D‘altra parte: o si svaluta la moneta, o si svaluta il lavoro.

Il caso Atac concreta il più tipico schema formulare liberista: colpire l’anello debole del pubblico oggettivamente carente e inefficiente per orchestrare campagne mediatiche volte a creare il ‘fuoco di copertura’ per i processi di privatizzazione, tant’è che la retorica sbandierata del paragone con ATM, la municipalizzata milanese dei trasporti, sempre citata come ‘paragone virtuoso’ rispetto ad Atac è strumentale: anche ATM è avviata a una strada di privatizzazione   , peraltro, visto che va tanto di moda preoccuparsi delle ‘esigenze dell’utenza’ che secondo i promotori sarebbero il vero ‘bene comune’, bisognerebbe ricordare che l’art. 43 della Costituzione recita A fini di utilità generale la legge può riservare originariamente o trasferire, mediante espropriazione e salvo indennizzo, allo Stato, ad enti pubblici o a comunità di lavoratori o di utenti determinate imprese o categorie di imprese, che si riferiscano a servizi pubblici essenziali o a fonti di energia o a situazioni di monopolio ed abbiano carattere di preminente interesse generale.

I grassetti sono nostri e dovrebbero aprire una seria riflessione in chi accusa di ‘statalismo’ chi non sposi con fideismo le magnifiche sorti progressive del mercatismo: un po’ di sana legalità costituzionale non sarebbe disprezzabile.

Basta inoltre scorrere l’elenco dei sottoscrittori dell’appello dei Radicali su mobilitiamoroma.it per capire come abbiano schierato tutto lo stato maggiore del neoliberismo nostrano. D’altro canto la legittimazione popolare ai processi di privatizzazione non è un fatto nuovo: se è vero che a parte frange estremistiche, come appunto i radicali, si presentano all’elettorato proponendo maggiori privatizzazioni, è altrettanto vero che questi processi sono attuati quasi sempre senza un esplicito mandato politico. Ci sono però delle eccezioni e Roma in questo senso è storicamente un laboratorio estremamente interessante: il riferimento è ai referendum su ACEA e Centrale del Latte del 1997, promossi dall’allora assessore Lanzillotta, come noto poi approdata al governo con Monti. In particolare il processo di privatizzazione della Centrale del Latte è un caso di enorme importanza per chi si occupi di processi di privatizzazione perché è, per quanto a mia conoscenza, l’unica privatizzazione dichiarata nulla in sede giudiziaria dopo una complessa vicenda fra giurisdizioni ordinarie e amministrative (sulle centrali del latte si veda anche questo ), retrocedendo il pacchetto di controllo nelle mani di Roma Capitale, che poi lo ha reimmesso sul mercato con la giunta Raggi in ottemperanza a quell’autentica nefandezza della riforma Madia sulle partecipate.

Occorre chiarire le ragioni di senso retrostanti la ricerca di un consenso ‘democratico’ sulle privatizzazioni: la relazione difatti non è biunivoca. Per il blocco sociale egemone se il corpo elettorale si esprime contro le privatizzazioni (cfr. referendum servizi pubblici a rilevanza economica 2011) si ignora, se invece questi processi sono in qualche modo legittimati ecco che lo ‘spunto’ viene subito colto.

Seguiremo ovviamente la campagna su Atac anche a prossimamente, ma siccome l’ambizione di questo blog sarebbe anche quella di creare una rassegna su tutto quel che si muove nella galassia ‘impresa pubblica’, non posso che dar conto di quanto realizzato dalle utilities (si chiamano così, in realtà si tratterebbe solo dello svolgimento di servizi essenziali, la politica industriale sarebbe altra cosa, ma sorvoliamo…) che sono ricorse alla ‘rete di imprese’  rigorosamente con un nome anglosassone “Territory utilities network”:  I termini che vanno per la maggiore sono «insieme» e «rete». Qualcuno elogia il superamento dei campanili, tanti sottolineano «il modello unico» a livello nazionale e la trasversalità politica (Lega-Forza Italia-Pd) di un’operazione che i promotori battezzano come «salto culturale». Quasi fosse una Große Koalition delle aziende pubbliche. 

Adesso, senza voler sminuire la fondamentale scoperta dell’acqua calda, mi permetto di ricordare che l’IRI era nato per questo anche se non c’erano gli smartphone e le app, solo che siamo regrediti culturalmente all’età della pietra e quindi ormai qualsiasi politica economica più evoluta della selce per accendere il fuoco sembra fantascienza. Qualcuno che tramandi la memoria del fatto che, non solo il fuoco si può accendere con l’accendino, ma che c’è anche il gas di città, ci deve pur essere. Ma per esserci il gas di città, ci vuole l’impresa pubblica e torniamo da dove siamo partiti.

Spero che l’acronimo tuna (tonno, in inglese) non sia il prodromo della fine del tonno del quale abbiamo già scritto… D’altra parte anche tuna sa che tina… O almeno così ci fanno credere…

Alberto Leoncini

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