Autunno caldo e referendum Atac: qualche riflessione oltre i proclami

Da che io mi ricordi, ogni estate sindacati e movimenti progressisti hanno promesso ‘autunni caldi’, cosa che in effetti quest’anno è successa con gli esiti catastrofici ben noti sul piano ambientale. A parte ciò, quel tipo di proclami hanno un suono davvero grottesco se si pensa alle capitolazioni incondizionate di quelle forze, tuttavia in questa frazione d’anno sono accaduti come ricordavo dei fatti nuovi.

Non una manifestazione sindacale per i diritti, per lo stato sociale o contro il governo. Una manifestazione che aveva il proprio fulcro rivendicativo e il cuore della propria piattaforma nelle nazionalizzazioni. Non so se ci rendiamo conto di quale enormità sia accaduta.

Qui la presentazione di Giorgio Cremaschi:

 

Siamo a un punto di svolta? Molto dipenderà dal referendum su Atac. Se vince il SI, come pronosticato ovunque, no. Se per ipotesi vincesse il NO, nonostante i disservizi che quotidianamente sono inflitti agli utenti e alla loro esasperazione, nonostante la martellante propaganda e nonostante la disparità di mezzi, probabilmente si potrebbe sensatamente dire che qualcosa sta cambiando nella direzione auspicata.

Il dispiegamento di forze per il sì è qualcosa di inaudito se la si considera solo una questione locale: Partito Democratico, Confindustria, Emma Bonino che fa un ‘messaggio alla nazione’ a PiazzaPulita, campagne su social e internet (altro che hacker russi!). Insomma, la compatezza del blocco sociale dominante è granitica, ma quel che più grave è che, a fronte di tutto questo, le forze di alternativa e di opposizione hanno per la gran parte sottovalutato l’appuntamento, snobbato con sufficienza la campagna elettorale, scialacquato in sofismi e si sono mosse con un ritardo che definire grave è un pallido eufemismo. Se non si coglie il fatto che questa consultazione è il terreno di ri-legittimazione delle sponde politiche rifiutate il 4 marzo scorso, veramente sarebbe opportuno abbandonare la politica e darsi al punto croce.

Scrivo queste parole non senza ansia e preoccupazione al termine di una campagna elettorale che ho seguito direttamente e con impegno, con il comitato informale ‘no referendum Atac’ che abbiamo creato con Indipendenza: mentre i ‘propagandisti della rivoluzione’ (Togliatti), siano essi della sinistra o di quanto ne rimane o del microcosmo sovranista, cianciano e ululano alla luna, noi ci poniamo concretamente il problema di formulare ed elaborare un’alternativa all’orizzonte unico del capitalismo, alla monocultura della crisi e al TINA (there is no alternative). L’alternativa c’è, e c’è anche chi la costruisce intervenendo sui problemi articolando una prospettiva ‘altra’ e differente, in cui la Costituzione sia al centro, in cui ci siano i cittadini e non i clienti. Insomma, sempre con Togliatti: “Il socialismo è la nostra meta, noi non lo nascondiamo […] per questo lavoriamo e combattiamo, ed oggi per la nostra Patria ciò che vogliamo è una svolta a sinistra per un’avanzata democratica secondo le linee previste dalla nostra Costituzione e secondo i principi che essa sancisce e che aprono al popolo italiano la speranza, ove siano applicati, di un luminoso avvenire di progresso, di libertà, di felicità”.

In tutto ciò ci siamo occupati di TAP , Brasile, attualità italiana…e altro è in cantiere, insomma, la lotta continua in ogni caso.

Da ultimo vorrei segnalare questo articolo sulla Grecia pubblicato dal giornale on line della mia ex università  e questo report sulle violazioni dei diritti umani in Grecia ripreso da vocidallestero  e questo mio commento a un tweet di Bini Smaghi:

Lorenzo Bini Smaghi, alto papavero della BCE , posta questo grafico. Piccola guida di lettura: raffronta la produttività fra area euro e Italia. Ora, l’area euro è un aggregato macroeconomico in cui c’è chi ci guadagna (Germania e paesi satelliti) e c’è chi ci perde (indovina?). Bene, quindi per la media ponderata, la produttività cresce perché c’è uno grande che ci guadagna molto e quindi tira su il valore aggregato. Quello che però inchioda gli europeisti alle loro responsabilità è la spezzata italiana: il tracollo è evidente proprio da quando è stato introdotto l’euro, perché prima i due valori erano pienamente paralleli. Questi i fatti, il resto è da confinare nella pattumiera della storia.

Alberto Leoncini

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