Chinino di Stato, perché?

nasce chininodistato, un blog dedicato a ripensare le forme di presenza pubblica in economia. Ha il nome di una medicina perché c’è bisogno di curare con nuove e più avanzate forme di intervento pubblico la vita economica italiana. Articoli, approfondimenti e riflessioni per chi non si è rassegnato alla ‘monocultura della crisi’ (Bagnai) e delle privatizzazioni.

Di seguito l’articolo-manifesto del blog (per esteso e in pdf):

manifesto di chininodistato.pdf

Ragionare di intervento pubblico in economia, nazionalizzazioni, monopoli pubblici è considerato un grottesco culto di anticaglie perfino nei settori di popolazione che si oppongono al modello oggi imperante tutto nel nome della fine del ‘capitalismo di Stato’, sepolto, non certo nelle sue conseguenze, e non compianto.

Un sorriso di commiserazione e un’immancabile battuta sui panettoni di Stato accompagna chi si faccia promotore di tale istanze e si ponga il problema dell’attualità della sfera pubblica nel mercato come precondizione logica di una nuova fase caratterizzata da un nuovo modello di sviluppo e da una maggiore e più compiuta democrazia economica.

Il nome è quello di una medicina, perché l’economia va curata, in modo ricostituente, dando cioè pieno compimento a quel modello misto tratteggiato dalla Costituzione, la cui attualità è, ancora oggi, intatta. Questa riflessione è nel contesto italiano particolarmente difficile da compiere perché proprio i partiti cosiddetti progressisti sono stati i fautori dei più vasti programmi di privatizzazione, dismissione e acritica adesione ai dogmi liberisti nelle loro stagioni di governo sia nazionale che locale oltre che nella loro elaborazione teorica.

Stato regolatore, regista, arbitro sono termini ormai introiettati sottopelle, eppure, di fronte allo spaventoso arretramento socioeconomico in atto le ragioni del ‘pubblico’ ci sono ancora tutte, urgenti quanto lo è la strutturazione di un’economia diversa, più rispettosa dell’ambiente, delle persone, del tessuto sociale in cui opera. Ciò tuttavia non può avvenire (solo) dal basso come pensano tanti economisti e attivisti sinceramente impegnati in realtà come coop sociali, finanza etica e terzo settore. Si tratta di una prospettiva priva di senso storico e utopistica tanto quanto quella di coloro che attribuiscono al ‘mercato’ virtù salvifiche. La sovranità economica è dunque il fondamento teorico, la democrazia economica il fine.

La stessa cronaca- a partire dai salvataggi bancari- ci insegna che l’esigenza di un intervento pubblico è tutt’altro che venuta meno,  e non potrebbe essere altrimenti nell’età del capitalismo parassitario della rendita. Questo mira infatti ad appropriarsi di ciò che è tradizionalmente e ontologicamente pubblico (monpoli naturali come autostrade e infrastrutture a rete, risparmio previdenziale, società energetiche…)per lucrarne profitto, o, per meglio dire, extraprofitti, a spese della collettività in un rapporto biunivoco con la classe politica. Un precipitato del noto principio: “Nella prima repubblica si rubava per fare politica, nella seconda si fa politica per rubare”.

Pubblico non significa ‘dei partiti di governo’; porsi questo interrogativo così teorico ma anche così drammaticamente urgente e operativo è lo scopo precipuo per cui questo blog nasce. Nasce come strumento aperto ai contributi e alle idee di coloro che non vogliano solo ‘un’altra economia’ ma anche un altro modello di organizzazione politica. Un blog che nasce artigianale, insomma, ma ho avvertito che occorresse iniziare, per dare un segnale nell’oceano del conformismo e del pensiero unico liberista in un contesto in cui iniziano a germogliare dei semi di contestazione (Cipro, Bosnia e, in parte, Grecia) contro le privatizzazioni in parallelo a movimenti più genericamente solidaristico/inclusivi (movimenti per la casa, ‘Per un nuova finanza pubblica’, ‘Avviso pubblico contro le mafie’, Comuni virtuosi, gruppi d’acquisto…) con cui occorre, naturalmente, interloquire. Segnali ancora ampiamente al di sotto di quanto sarebbe necessario per poter porre un argine efficace alla normalizzazione liberista. Proprio perché  a grandi problemi occorre dare grandi risposte ho deciso di impegnare tempo ed energie su questo fronte. Basta con la logica del rammendo, dunque. La velleità per cui questo blog nasce è quella di fare da acceleratore e da catalizzatore ai movimenti che stanno germogliando pur con la consapevolezza che non sarà risolutivo né determinante, però è lo strumento più economico e potenzialmente in grado di attrarre riscontri e visibilità a disposizione nell’attuale frangente storico.

La maggiore critica che svolgo al movimento altermondialista o comunque di opposizione all’assetto dominante è proprio quella di non elaborare compiutamente una nuova strategia di intervento pubblico nel mercato, al di là del rilancio dei settori come l’assistenza, il welfare, l’istruzione. È troppo poco per replicare efficacemente alla ineluttabilità della crisi fiscale con la quale viene giustificato lo stato di cose presente.

Voglio subito sgombrare il campo da un equivoco: chi è progressista, come chi scrive, guarda avanti, al futuro. Gli errori del passato interessano qui solo per non essere ripetuti. L’estensione dell’intervento pubblico al di fuori degli ambiti assistenziali è imprescindibile sotto due profili, il primo è arginare e sopperire la crisi del gettito fiscale innescata dalla globalizzazione, il secondo concerne, invece, la strutturazione di una risposta economica alternativa a quella oggi dominante i cui limiti sono ormai conclamati. La ‘crisi’ dunque, dovrà divenire un momento di nuova ‘accumulazione originaria’ per la mano pubblica e per la società, che dovrà attivarsi quanto prima per riprendersi quanto defraudato negli ultimi quarant’anni. La mia chiave di lettura, infatti, vede l’inizio dell’attuale fase nel golpe in Cile dell’11 settembre 1973 come ben spiegato, tra gli altri, da Naomi Klein nel suo ‘Shock economy’. Porre fine al ‘capitalismo dei disastri’ è dunque la prima e più importante urgenza che ci sta innanzi, tuttavia occorre essere in grado di formulare già da ora un modello politico/economico da contrapporvi.

Alberto Leoncini

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