Neomunicipalismi, regionalismi e mercati

Cos’ha da insegnarci il referendum in Scozia? La prospettiva di mettere in discussione i confini degli stati è aperta e può coinvolgere in un orizzonte temporale quantificabile in qualche mese Catalogna e Belgio. Esiti ovviamente dirompenti se si tiene presente la polveriera Ucraina. In poche parole, da qualche parte il bubbone scoppierà perché la risposta finora avuta dalle popolazioni a un destino di impoverimento permanente è solo: “più Europa” e allora la testa, da qualche parte bisogna pur sbatterla. Quando si gioca alla roulette russa, prima o poi il colpo parte e questo è esattamente quello che stanno facendo le classi dirigenti dei partiti tradizionali appoggiando pedissequamente questa linea pensando di poter in eterno nascondere la polvere sotto il tappeto [qui, per la cronaca, un condivisibile punto di vista di Bagnai a Omnibus di sabato scorso: https://www.youtube.com/watch?v=HspatANdCS4 ]. Chiunque serva sul piatto una risposta alle ‘grandi intese permanenti’ e all’austerity (per tanti, accompagnata, ovviamente, all’arricchimento per pochi, questo è bene ricordarlo) incassa il dividendo elettorale. Badate che non serve ‘la risposta giusta’. Basta uno straccio di alternativa.
Inutile dire che chi scrive considera sbagliate queste risposte (regionalismi vari, anzitutto) per un semplice fatto: il quadro di riferimento resterà sempre quello di un’integrazione di tipo federale a livello europeo e la sussidiarietà di fatto o di diritto manterrà fuori dall’orbita del controllo democratico le leve monetarie, fiscali e di approvvigionamento energetico. La mia, come noto, è una prospettiva neomunicipalistica, rifacendosi cioè alle esperienze che hanno portato le forze cattoliche e socialiste a diventare degli interlocutori politici a tutto tondo fra il sec. XIX e quello XX e il cui esito simbolico è la legge sulle municipalizzazioni, del 1903.
Chi non si rende conto del fatto che l’Italia sia un Paese di città, semplicemente analizza un Paese che non esiste, come la Padania, per dirne uno. Non è un caso che, ancor oggi, la punta più avanzata sul piano delle opzioni politiche reali, cioè che non si caratterizzi per il suo essere ‘di opinione’, è la rete dei Comuni Virtuosi [ http://www.comunivirtuosi.org/ ]. D’altra parta l’importanza delle comunità locali è stata di recente ribadita anche dal giudice costituzionale Paolo Maddalena nel suo ‘Il territorio bene comune degli italiani’ (Donzelli, pp.210, €18,00), per i più attenti lettori del blog è lo stesso che era intervenuto nella presentazione delle due delibere sui beni abbandonati promosse dal Comune di Napoli e di cui avevamo dato notizia. Il titolo non rende del tutto onore al saggio che, in realtà, analizza una congerie di ambiti e problemi veramente articolata tenendo sullo sfondo la riscoperta del significato profondo della nostra Costituzione economica e del suo regime dominicale, senza contare, en passant, che l’art.5 [principi fondamentali, così, per dire…] della Costituzione stessa recita che “la Repubblica, una e indivisibile, riconosce e promuove le autonomie locali”, poi si parla di ‘autonomia’ e ‘decentramento’. Segnalo, sempre per la cronaca che il termine ‘riconosce’ in Costituzione significa la presa d’atto del costituente che ci sono delle entità, come la famiglia, le autonomie locali, i diritti inviolabili dell’uomo, che pre-esistono al quadro costituzionale, alle istituzioni e al patto di cittadinanza. Come invece osserva Danilo Zolo in ‘Da cittadini a sudditi’ (Carta-PuntoRosso Edizioni/per chi è di Treviso lo trova alla biblioteca civica…) la dimensione nazionale è quella che coniuga nella maniera più efficace lealtà civica e dimensione geopolitica.
Un esempio particolarmente significativo di cosa significhi l’autonomia locale e quali prospettive economiche possa dischiudere pur in quadro di forte dimensione statuale lo potete vedere nella puntata di ieri di ‘PresaDiretta’. Della vicenda Irisbus ci siamo già occupati in passato (qui: https://chininodistato.wordpress.com/2014/05/31/bagnai-a-bologna-con-sinistra-no-euro-aeroporto-di-pisa-e-irisbus/ ), della ignavia della politica nel non dar vita a un polo pubblico del trasporto pubblico locale, anche (con risultati di questo tipo: i bus di Milano arrivano dalla Polonia: http://milano.corriere.it/notizie/cronaca/14_agosto_31/dalla-polonia-primo-bus-euro-6-arrivo-125-nuovi-veicoli-green-30fb5d5c-311c-11e4-9629-425a3e33b602.shtml . Per chi è di Treviso, invece, i nuovi bus sono Citaro/Mercedes https://it-it.facebook.com/mobilitadimarca/photos/pb.149081121955524.-2207520000.1411097607./270088379854797/?type=1 quindi con la fiscalità generale nostra andiamo a finanziare imprese altrui. Ognuno commenti come ritiene più opportuno…). Nulla di nuovo nell’esempio di Nantes che viene raccontato, se non il banale centro di gravità permanente di questo blog per cui la prima libertà che viene garantita dall’intervento pubblico in economia è quella di impresa.
Constatazione banale, ma dalle implicazioni enormi. O si entra in quest’ottica e si mettono in discussione le ricette finora perseguite oppure ci aspetta un futuro di secessionismi, creazione di identità frammentate e continua, contestuale, perdita di flessibilità in ragione della riduzione delle leve di controllo sull’economia (politica del cambio, interventi diretti in settori imprenditoriali e accesso a modalità di finanziamento alternative, a partire dalle entrate di natura commutativo/corrispettiva). Tutto ciò al netto del fatto che il congestionamento delle nostre città renderebbe ben più che urgente una politica della mobilità accessibile ed efficiente.

Alberto Leoncini

Trasporto pubblico – Presa Diretta del 21/09/2014.

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