Privatizzazioni, nazionalizzazioni e campagna elettorale

Avevo pensato di scrivere questo post prima della notizia-bomba di oggi, cui francamente non avrei creduto, cioè la candidatura di Alberto Bagnai con la Lega di Salvini. Qui la conferenza stampa fresca di caricamento

è l’epilogo di un trentennio di fideistica adesione all’unionismo euroatlantico da parte delle forze progressiste e del loro scollamento dalla realtà. Triste, ma sinceramente non mi sento di biasimarlo. Come noto ho sempre pensato che lui e il suo gruppo di lavoro siano la punta più avanzata e intellettualmente attrezzata di contestazione del modello unionista, certo c’è Indipendenza, figuratemi se me ne scordo, ma al momento non abbiamo la legittimità accademica e gli spazi mediatici che ha saputo conquistare lui. Questo è un fatto di cui prendere atto serenamente: la lotta continua e si tratta comunque di istanze che definire minoritarie sarebbe eufemistico, quindi ogni convergenza va portata a maturazione, fermo restando che per chi scrive il leghismo sia qualcosa di culturalmente e ideologicamente inaccettabile per un numero imprecisabile di motivi.

E adesso posso parlare dell’altra candidatura di cui vi avrei voluto parlare, quella di Giorgio Cremaschi per Potere al popolo , a questo link trovate un’intervista che spiega molte cose con chiarezza. Anche qui, il fatto che Napoli sia l’esperienza di governo progressista più avanzata in Italia, l’abbiamo detto in tutte le salse (qui, qui etc…) quindi non mi stupisce che da lì prenda le mosse quel progetto politico, perché non potrebbe essere altrimenti. In tale fenomeno vedo diversi aspetti di interesse:  questioni come le nazionalizzazioni, per dire, erano anni che non passavano nemmeno nella ‘sinistra radicale’, riportarli come tema di dibattito è un fatto importante e non scontato;  viene mandato in cortocircuito, credo per sempre, il meccanismo ‘appellistico’ e unitaristico che si trascinava ormai grottescamente in tutte le ultime tornate elettorali, difatti le varie sinistre apericena non appoggiano la cosa (provate a cercarne traccia su MicroMega, se ci riuscite…) e che i media l’abbiano completamente oscurata, è sicuramente un segnale interessante, per noi.  Molto ci sarà da definire e declinare, ma quello che sta succedendo è un fatto di significativa importanza politica. Il dato di partenza importante è, secondo me, la presa d’atto che, come sempre nella storia politica dell’umanità, si ottiene sono quello che ci si va a prendere, il meccanismo della concessione non ha mai funzionato né mai funzionerà.

Dicevo che parlare di nazionalizzazioni non è un fatto scontato, chi segue questo blog lo sa, come non è un fatto scontato la nascita di noprivatizzazioni , un laboratorio di contrasto ai processi di privatizzazione in atto. E’ stato presentato al Senato il 19/1, ho ravanato-come si dice in latino- un po’ in rete per trovare il video, ma sinceramente non l’ho trovato, comunque se poi fosse reso disponibile, lo condividerò, come sempre, con tutti voi, visto che, come noto, lo spirito di questo blog è prima di tutto quello di combattere una battaglia delle idee  e quindi di mettere in relazione chi lavora su determinati temi. Vi riporto una breve sintesi dei miei rilievi dopo aver sentito la conferenza di presentazione trasmessa da SenatoTV:  sono stati diffusamente sovrapposti due concetti che vanno tenuti secondo me distinti, cioè da un lato la privatizzazione dei servizi sociali (come p.es. sanità, previdenza, scuola etc…) per fornire agli oligopoli privati nuove catene del valore e dall’altro l’abdicazione a una politica industriale pubblica con la privatizzazione delle grandi compagini societarie (Finmare, Finmeccanica, Alitalia, ENI, Stet, Italaerei etc…), il punto in comune è che entrambi i versanti vedono lo Stato (o, meglio, l’apparato pubblico) come un concorrente strutturale del privato e dei suoi appetiti ma si tratta di fenomeni diversi: il primo fenomeno intacca la struttura ‘solidaristica’ dello Stato, il secondo la sua capacità di crescita economica e di produzione di benessere e sviluppo ma si tratta di aspetti diversi che coinvolgono profili fra loro non omogenei, in termini di rivendicazioni questo sarà un punto da chiarire.

Un altro profilo da tener presente e spiegare con chiarezza è che occorre riprendersi determinate leve di politica industriale come fatto strutturale e non ‘emergenziale’, cioè per ‘salvare’ x o y. Posto che a tutti piace ricordare l’IRI e tutte le belle cose che sono state fatte, si tratta ora di ricostituire quel patrimonio e bisogna farlo non solo dicendo ‘no privatizzazioni’, che va benissimo, ma bisogna articolare, ed essere chiari, sul fatto che, ad esempio, se ci sono fallimenti, confische di aziende etc… lo Stato o gli enti locali devono poter operare per entrare in quel segmento/comparto, bisogna cioè articolare anche delle proposte positive su questi temi.
C’è poi un terzo profilo che va esplicitato con chiarezza: in più punti è stato criticato ‘l’azionariato diffuso’, ovviamente sono d’accordo perché il risultato di fatto di trovi con la capogruppo multinazionale di turno che con il 4% controlla colossi industriali, ma attenzione, bisogna distinguere con chiarezza tra ‘azionariato diffuso’ nell’ accezione neoliberista/thatcheriana da ‘azionariato popolare’, che fra l’altro è previsto dall’art. 47 Cost.
Sono due fenomeni molto diversi e anzi, proprio forme di azionariato autenticamente popolare potrebbero servire per svuotare i fenomeni di privatizzazione in un’ottica di democrazia economica. Io, per esempio, non vedo niente di male se il 51% delle ferrovie, per dire, è dello Stato e il 49 dei cittadini mediante quote, chessò, di massimo 500 euro, con vincoli di ingresso per finanziatori istituzionali (no banche, no assicurazioni, no private equity, no fondi di investimento etc…)… : potrebbe essere un buon modo per finanziare le imprese e custodire i risparmi dei cittadini con rendimenti sicuri e a basso rischio.
Cose di cui discutere, certo, quando saremo fuori dalla tonnara e potremo serenamente tornare a vivere in un mondo normale discutendo del merito dei problemi, con cose tipo stipendi che ti fanno arrivare alla fine del mese, visite mediche senza mesi di attesa, mezzi pubblici funzionanti… cose che oggi sono oggettivamente fuori dalla possibilità di essere pensate e desiderate. Per arrivare lì, l’assioma e il primo passo è far sparire dalla carta geografica della politica il PD e tutta la sua costellazione, quindi il dogma deve essere anzitutto e sopra ogni cosa quello, solo da una radicale destabilizzazione dello scenario si possono aprire dei varchi di rovesciamento del blocco di potere dominante, quindi meditate bene sul cosa fare in questo mesetto abbondante che ci separa dal quattro marzo, perché vale il principio ‘one shot, one kill’…Sinceramente non so se farò pubblicamente la mia dichiarazione di voto, certo è che sicuramente ho chiaro contro chi votare e spero ce l’abbiano anche i lettori di questo blog.
In cinque anni, per fare una sintesi, hanno privatizzato Poste, Enav, GrandiStazioni, quote di Eni ed Enel e molto altro, abolito la Forestale, approvato il jobs act, fatto quella nefandezza della ‘buona scuola’, messo a rischio la Costituzione e potrei continuare l’elenco, sulla sudditanza per non dire il servaggio a USA e Unione Europea, credo di non dover spendere parole. Direi che anche basta, come si dice sempre in latino.
Alberto Leoncini
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